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Lavanda selvatica

Lavanda selvatica (nome scientifico Lavandula stoechas, nome locale lavanda)

Molto diffusa nell’arcipelago, presente in luoghi aridi nei cisteti, luoghi un tempo coltivati, e anche nella gariga costiera delle isole minori. La fioritura, influenzata dalle condizioni climatiche, avviene da gennaio fino al mese di giugno; fruttifica in giugno-luglio

Piccolo arbusto aromatico, alto dai 30 ai 100 cm, con fusti eretti, ramosi e tomentosi. La lavanda è una pianta tipica della vegetazione mediterranea; predilige un clima mite ed occupa in genere le macchie e le garighe dalle zone marine sino ai 600 metri sul livello del mare, confondendosi con il cisto, il mirto e il lentisco. E’ particolarmente frequente nelle aree percorse ciclicamente dal fuoco mentre scompare quando la vegetazione diventa evoluta. Si adatta egregiamente ai terreni silicei (acidi), trachite, graniti, scisti, basalti.

L’areale della Lavandula stoechas in senso lato è tipicamente stenomediterraneo. E’ diffusa dalla Penisola Iberica alla Francia meridionale, all’Africa del Nord. La specie non è presente in Libia ed Egitto, in Jugoslavia ed Albania, mentre ricompare in Grecia, arcipelago egeo, Anatolia, Medio Oriente. In Italia è presente in Liguria, Penisola (solo sulle coste occidentali dall’Apuania alla Calabria), Sicilia, Sardegna, Corsica ed isole dell’Arcipelago di La Maddalena, manca nelle regioni del versante adriatico.

Le donne isolane, raccoglievano le spighe, e deposte in sacchetti di stoffa, per il suo profumo intenso e gradevole (e per prevenire il tarlo) venivano riposte nei cassetti della biancheria al posto della lavanda coltivata che qui non si conosceva. I pescatori maddalenini usavano far profumare su fuoco di lavanda il polpo da usare come esca. Il particolare crepitio della pianta che brucia, che ricorda quello di pallottole sparate in rapida successione, le ha valso in Corsica il nome di piumbone.

La conoscenza e l’uso erboristico di questa specie è conosciuto fin dall’antichità, essendo citata nel De Materia Medica di Dioscoride (65 d.C.). Il nome della lavanda deriva dal latino “lavare”; questa pianta fu estensivamente usata dai Greci e dai Romani, per il suo profumo e come aromatizzante nei loro “bagni”. “Buréddha” è il nome in vernacolo della lavanda, usato in Gallura, deriva dal latino “(com) bùrere” ovvero bruciare, poiché la pianta veniva utilizzata per bruciare le setole del maiale da ingrasso alla sua uccisione. In alcune zone della Sardegna, la lavanda, pestata fresca in olio d’oliva veniva utilizzata come cicatrizzante e anche contro il morso degli insetti. La lavanda è molto utilizzata a livello industriale per la profumazione di saponi e di altri prodotti cosmetici. In alcuni paesi, rametti di lavanda selvatica venivano associati alla palma ed all’ulivo nella benedizione della Domenica delle Palme (a Portoscuso, dove si credeva che la Madonna avesse steso i panni di Gesù su tali piante). A Dorgali la pianta la notte di S. Giovanni Battista, veniva posta negli ovili, come una “leia”, per proteggere dal malocchio gli animali. Le preparazioni di lavanda, usate con cautela, sono utili per attenuare i crampi intestinali, gli attacchi d’asma, i mal di testa, come calmanti degli stati d’ansia, come cicatrizzanti. Pianta mellifera, si presta ad essere inserita nei giardini mediterranei assieme ad altre essenze della macchia e delle garighe. Tutte le specie di lavanda comuni in Europa, nonché gli ibridi coltivati, possono produrre mieli uniflorali. Le caratteristiche di questi mieli sono diverse a seconda dell’origine. Il miele di Lavanda stoechas è l’unico miele di lavanda che si possa ottenere in Italia in quantità cospicue. Viene prodotto soprattutto in Sardegna e, occasionalmente, in altre zone tirreniche (isola d’Elba).