Caprera — Visita al Generale Garibaldi

L’isola di Caprera é poco presso grande come quella della Maddalena, ma mentre questa, giusta l’affermazione autorevolissima del Commendatore Giovanni Spano, non fu mai abitata nel tempo romano, quella lo fu, rendendone testimonianza anfore vinarie romane ed alcune monete del primo impero quivi ritrovate.
Dopo quei remotissimi tempi non ebbe altri abitatori che nomadi pastori.
Quegli che la renderà celebre nella storia sarà il Generale Garibaldi.
Qui si presenta allo sguardo nuovamente un gran solitario – il Solitario di Caprera. La solitudine del Generale Garibaldi in quest’isola potrebbe essere per un filosofo avveduto argomento e soggetto di molte gravi considerazioni. Egli potrebbe osservare che profonde meditazioni in luoghi solitari danno talvolta all’intelligenza ed all’immaginazione lo slancio il più grande – che in essi l’anima prova la soddisfazione più pura e più feconda. Quivi vivere é pensate. Ad ogni istante l’anima si avvicina all’infinito, palpita d’entusiasmo nel libero godimento di sé stessa e si eleva sempre più nella considerazione di grandi eventi e né propositi delle più eroiche risoluzioni. Il tempo e la liberta ecco ciò di cui si abbisogna allorché si aspira a spiegare nella solitudine attività. Lasciate un uomo solo – scrive Zimmermann – e tosto le sue forze si metteranno in moto – dateci tempo e libertà ed egli produrrà incomparabilmente più di quello che farebbe traendo la sua anima stanca negli ozi della Società. Gli é nella solitudine che la verità si discopre ai grandi pensatori ed agli uomini di genio.
Gli annali del mondo e più particolarmente quelli d’Italia racconteranno le gesta di Garibaldi e la parte importante che egli si ebbe nell’ardua impresa della rivendicazione dell’Italiana Indipendenza. Avendo dovuto adempiere presso di lui una missione agraria io resterò nei confini della medesima, nel render conto della visita che ebbi l’onore di fargli, l’undici del trascorso mese di luglio.
Si era in distinta e lieta comitiva, della quale facevano parte il Signor Dussoni Pretore della Maddalena con la signora Antonietta sua sposa – il Signor Pietro Battuello con la sua consorte – il Signor Giovanni Biondi Ingegnere del macinato – il Signor Ingegnere Giovanni Mazzucchelli – il Signor Enea De Bemardi – il Signor Vittore Pristini pubblicista.
Si avea a nolo la barca del Genio guidata da Joanneddu e Tommaso Tanca, ed alle 9 e tre quarti si salpava da Cala Gavetta con venti propizi. S’incontrò un vapore francese che faceva rotta verso la Sardegna – ed uno Scooner presso il passo della Moneta. Questo Scooner portava bandiera nera e mi disse ciò significare qualche lutto domestico del proprietario di quel bastimento. Soffiava vento maestro – e pervenuti di già alla villa Collins – dopo pochi minuti c’inoltrammo in un piccolo golfo – nel quale é un facile e comodo approdo nell’Isola di Caprera.
Si pose piede in terra nel luogo detto magazzino – che con maggiore esattezza filologica si potrebbe chiamare piccolo arsenale, poiché in esso sono riposte vecchie barche del Generale e molti arnesi marinareschi. La prima nostra occupazione nel giungere in Caprera fu quella di far trasportare dalla barca in terra tutte le nostre provviste per il desinare. Era uno spettacolo degno d’essere veduto quello che offriva il numero e la qualità di pesci che conteneva il battello. Si sarebbe detto che noi andavamo a satollare turbe affamate. Disposta bene ogni cosa – si spedi nunzio del nostro arrivo a Caprera, Tommaso Tanca. Ma questi non avea fatto che pochi passi che verso noi volgeva i suoi il Maggiore Basso – il quale ne diceva che Garibaldi reduce dalla sua passeggiata, si compiacerebbe di riceverci immediatamente. Ci ponemmo in vita.
Precedeva la brigata la signorina Romilda Dussoni e la mia figlia Maria.
Seguivano le Signore Dussoni e Battuello cui davano il braccio, scambiando le rispettive mogli il Signor Pretore ed il Segretario Comunale Pietro Battuello – l’ingegnere Biondi comandava ala riserva composta dal Mazzucchelli – dal Debernardi — dal Pristini e dal redattore di questi ricordi.
In un breve quarto d’ora giungemmo al piccolo poggio sul quale torreggia l’abitazione del Generale Garibaldi. Ci venne spalancata la porta che separa l’atrio dal cortile della casa e fummo introdotti dopo aver passato in un corridoio – nella sala da pranzo. Quindi il Maggiore Basso ci offerse dei vini e rinfreschi – e ci riposammo qualche minuto – osservando attentamente ciò che conteneva quella camera. Ciò che fissò maggiormente la mia attenzione fu un pianoforte armonium, elegante con l’intestazione “AL SOLITARIO DI CAPRERA” che mi venne detto essere dono del dottor Riboli, alcuni acquarelli che rappresentano qualche battaglia cui prese parte il Generale, ed un busto in gesso del medesimo.
Non aveva finito di gettare un rapido sguardo su quelli interessanti oggetti che il Maggiore Basso ci chiama nella e ne introduce nella stanza da letto del generale. Lo trovammo assiso in letto. La stanchezza della passeggiata gli consigliava quella comoda posizione. Il viso sereno, l’aspetto sano del Generale indicavano chiaramente che non giaceva in letto per ragioni di salute, poiché se si eccettuano gli attacchi di dolori artritici da cui é tal volta travagliato – la sua costituzione fisica, come la morale, é di fortissima tempra. Egli ne accolse con segni di schietta e cordiale benevolenza e ne spiro sentimenti di confidenza o rispetto. Ci schierammo attorno al suo letto e giacché nessuno della comitiva aveva lettere o commendatizie da presentargli tranne di me, io a lui mi avvicinai incominciando dall’offrirgli cogli ossequi della Direzione del Comizio Agrario del Circondario di Sassari (del quale Garibaldi é socio onorario) i biglietti di visita dell’avv. Antonio Marogna presidente e del cav. Antonio Crispo vice-presidente di questo istituto, e poscia una lettera del presidente, nella quale si pregava il Generale di darmi alcuni schiarimenti sulla coltivazione della sua tenuta di Caprera.
Essendosi Garibaldi mostrato dispostissimo a secondare il mio desiderio, io trassi dal mio portafogli la cartolina nella quale erano segnati i punti sui quali io dovevo interrogarlo e gli feci le seguenti domande:
D: Generale — ha ella tentato di propagare le patate d’Africa, che sono d’una dolcezza singolare e molto farinacee?
R. Il terreno di Caprera é fertilissimo e capace delle migliori coltivazioni come quella che mi indicate. A proposito di patate – ho ricevuto questa mattina la visita del Sindaco di Maddalena – il quale mi ha presentato la medaglia conferitami dal Comitato dell’Esposizione Regionale di Sassari, tenutasi in quest’anno per le patate da me inviate a quella mostra – medaglia se si vuole, immeritata …immeritata .
D. Di quali aratri si serve il Generale per coltivare le sue terre?
R. Di aratri alla piemontese · Basso, incaricatevi di mostrarli al Signore.
D. Il Generale raccomanda ai pali le sue viti ovvero le tiene basse e alla sardesca?
R. Da principio le raccomandava ai pali – ma la spesa era soverchia ed ora tengo le viti come voi altri.
D. I vitigni d’onde li ha tratti – dalla Sardegna, ovvero da altri paesi?
R. Io ne ricevetti in dono da molti amici che ho in diversi luoghi – dagli Istituti
Agrari d’Ita1ia e gli ho piantati in diverse località.
R. Usa Ella il piggiatore di nuova invenzione per le sue vendemmie?
R. lo fo le mie vendemmie né modi più semplici. Eh poi quali sono le mie vendemmie? Figuratevi con 25 mila viti io non ho ottenuto che 200 litri di vino, la crittogama da una parte – il caro della mano d’opera dall’altra mi consigliano ad abbandonare qualsiasi coltivazione. Allorché si pagano L. 2.50 i giornalieri non vi e nulla che possa convenire in Caprera.
Nel bestiame vi é il suo tornaconto, Notate nel vostro taccuino · lo posseggo 110 capi vaccini, 600 caprette. Il Generale a più riprese insistette sul nessun tornaconto che vi era nelle coltivazioni di Caprera – e nel suo fermo proposito di abbandonarle e di restringere le sue cure al bestiame.
Le prime vacche che Garibaldi fece venire in Caprera erano di razza cremonese · mi diceva pero il Maggior Basso che dopo 4, o 5 generazioni immiserirono, deperirono ed ora sono simili alle sarde. La casa del generale, soggiungeva, é in gran parte opera delle mani sue – mie – e del figlio primogenito di Garibaldi – mentre era ancora quasi fanciullo – 20 anni or sono egli provvedeva ai bisogni della fabbricazione – trasportandosi legname, tegole, mattoni, calce, ecc. ecc. .
Ammirando tutto ciò che vedeva ed udiva non poteva rassegnarmi a vedere dispersi tanti lavori agricoli – tanti lodevoli tentativi, intrapresi con ferrea volontà e diceva al Maggior Basso, comprendo che se si trattasse di tornar da capo il Generale, edotto dalla esperienza, non farebbe nulla di ciò che ha fatto: ma ora si tratta semplicemente di conservare ciò che fatto: ma ora si tratta semplicemente di conservare ciò che mi pare bene avviato. Ma mi sembra che il generale si é spiegato chiaro – allorché disse che non vi era tornaconto. Tacqui costernato. E l’aranciera? Garibaldi non l’innaffia più · E le api? – le alleva volentieri, giusta il metodo razionale, e suol dire che prima faceva la guerra agli uomini, ora la fa alle formiche che combattono le sue api e tentano loro nuocere, seppe pure che il Generale per esaurire tutti i mezzi di rendere fruttuosa la sua intrapresa agricola in Caprera aveva concessa a mezzadria le sue terre ad un tale Gallo astigiano – che le lavoro per qualche tempo co’ suoi quattro tigli – ma questo tentativo riuscì disastroso.
La conversazione con il Generale erasi sufficientemente protratta ed io temente di recargli noia e stanchezza ristetti da fargli nuove interrogazioni. Si chiese commiato e non ci venne accordato senza averci stretto cordialmente la mano.
L’impressione della visita fatta e dell’accoglienza ricevuta da Garibaldi lasciò a tutta la comitiva un sentimento vivissimo e profondo di gratitudine e di ammirazione.
Nel ritornare al piccolo arsenale io pregai il Maggiore Basso di farci passare nelle coltivazioni del Generale ed egli compiaciutissimo soddisfacendo il mio desiderio mi fece vedere le pinete – le vigne – il verziere – l’aranciera e l’oliveto – ed ebbi campo di osservare che tutto ciò che mi venia detto da Garibaldi era perfettamente esatto — che il suolo era feracissimo – e che ogni cosa era in perfetto abbandono.
Pervenuti alla nostra meta rutti ci adoperammo a preparare il desinare – gli uni formavano la tenda per proteggerci e ripararci dai cocenti raggi del sole – gli altri si studiavano a tagliare e disporre la legna necessaria per far la cucina – questi era occupato a condire la capponata, quegli a preparare gli ingredienti per il zemino ecc. ecc. Essendo un desinare marinaresco Joanneddu (Ghiuannéddu) Tanca ebbe la direzione suprema della nostra refezione. Frattanto alcuni prendevano il bagno. Altri, fra i quali io, raccoglievano conchiglie e coralli che in quelle spiagge si ritrovavano abbondanti e di eccellenti qualità.
Il desinare fu presto pronto – ma malauguratamente i pesci erano cotti e fritti con pessimo olio, il vino era buono – ci rifocillammo col dolce Lieo e con qualche pesce arrostito alla meglio e con delle uova soda, fuggite all’aspro governo del sopradetto pestifero olio. L’allegria e l’armonia tenevano luogo del desinare il più delicato – servito con ricca imbandigione – non mancò il sorriso delle muse. Gli evviva a Garibaldi furono fervidi e fragorosi.
Il maggiore Basso ebbe i suoi con entusiasmo. Si bevette alla salute comune ed all’avvenire balneario dell’isola della Maddalena.
Alle 5 eravamo pronti alla partenza – le onde del mare si erano increspate e spirava vento contrario per il nostro ritorno nell’Isola – le signore avevano perduta quella lieta giocondità che avevano conservato fin’allora.
Convenne partire. Il mare ingrossava, la signora Dussoni si teneva serrato al petto il suo Torquato. La signora Battuello rassomigliava a una Niobe – e temeva le venisse rapito dai flutti il suo Giggi. Io non vidi in quell’occorrenza pericolo alcuno e se ve ne fosse stato mi sentivo animoso e forte – appariva a me stesso l’uomo d’Orazio.
L’inquietudine pero ed una seria preoccupazione avendo invaso lo spirito della maggioranza, si tenne consiglio d’ammiragliato, e si decise di approdare al punto più vicino dell’Isola di Maddalena – nel piccolo seno di mare che bagna la villa di Collins – di modo che quelli che volessero fare la via a piedi lo potessero a fare a loro bell’agio – e quelli che volevano continuare il tragitto per mare rimanessero in barca. I0 fui tra questi ultimi. La presenza di Basso nel battello m’inspirava la più grande fiducia. Alle 6 – tutti eravamo arrivati sani e salvi in Maddalena presso il Signor Dussoni che ne regalava un’eccellentissima tazza di caffè. Nel viso d’ognuno si leggeva ala più grande contentezza per la trascorsa deliziosa giornata. Si dava la baia alle belle paurose, commendando gi squisiti sentimenti di madri amorose che avevamo addimostrato nel ritorno da Caprera.
Avendo pregato per la dimane alcuni amici a venir meco a desinare e restituir loro in tal guisa la centesima parte delle gentilezze fattemi in Maddalena invitai ad unirsi a loro il Maggiore Basso che accettò volentieri la mia preghiera. Il pranzo ebbe luogo – ma il Maggiore Basso si aspettò invano. Alle 3 e ¼ antimeridiane era ritornato a Caprera — d’onde si era allontanato senza prevenirne il generale – Pilade era andato in traccia d‘Oreste.
Io ebbi altre volte occasione di vedere questo fido compagno di Garibaldi.
Si desinò insieme preso la villa del signor Giuseppe Bargone – ed ebbi il bene di abbracciarlo – mentre si levavano le ancore del vapore la Toscana, al momento del mio rimpatria mento.
Io conserverò sempre di quest’ottimo uomo gratissima ricordanza.

La locomobile appartenuta a Garibaldi è una macchina a vapore con caldaia a tubi di fiamma, montata su un carro a ruote e quindi facilmente trasportabile, e gli fu donata nel 1862 da Angelo Giacomelli, ex garibaldino, proprietario della fonderia e fabbrica Fratelli Giacomelli di Treviso. La locomobile veniva utilizzata per la trebbiatura dei cereali e per azionare le pale del mulino nelle giornate di assenza di vento.