Correva l’anno 1709

Correva l'anno 170927 agosto

Giacomo Antonio Carboni, nato e residente a Bonifacio dove svolgeva da tempo la funzione di vice console sardo-austro-spagnolo, ebbe dalla Giunta del Patrimonio del governo spagnolo di Cagliari la concessione “di poter pascolare e boscheggiare nelle isole Intermedie tra la Sardegna e la Corsica”. Carboni aveva richiesto quel beneficio non solo per ricompensa dei servizi resi alla Spagna allora retta da Carlo III d’Asburgo, ma anche come recupero di spese sostenute nell’espletamento del suo incarico e non rimborsate. Nella sua petizione il viceconsole argomentava che le isole non davano alcun utile al regno sardo, giacché venivano da molti anni utilizzate da pastori còrsi che non corrispondevano alcun diritto alle casse sarde. L’usufrutto era stato concesso per dissodare le isole o affittarle a chi e come avrebbe gradito il concessionario, e prevedeva la condizione di corrispondere alla cassa regia la terza parte dei frutti ricavati e di dare conto dell’amministrazione della concessione ad un fiduciario indicato dal governo. I maggiorenti bonifacini reagirono male, perché ritenevano la concessione lesiva dei propri interessi nelle isole, che non sarebbero più state nella piena e libera disponibilità per il loro bestiame e per i loro pastori. Intervennero, pertanto, presso la Serenissima argomentando che Carboni con la sua istanza aveva riconosciuto il dominio sardo sulle isole, disconoscendo quindi quello corso-genovese. Paventarono gravi danni al sistema di rifornimento dei viveri, essendo Bonifacio fortemente tributaria dalla Gallura e dalle isole, e arrivarono anche al pettegolezzo circa l’interesse del Carboni sull’arcipelago, dove avrebbe inteso far risiedere le proprie figlie da maritare con dei sardi. Mentre da Genova i Serenissimi per decidere chiesero certezze sul diritto del dominio corso sulle isole, il commissario di Bonifacio procedette all’arresto di Carboni, nonostante l’immunità diplomatica riservata anche ai consoli. Dopo l’intervento del governo sardo sul console di Corsica a Cagliari, con minacce di ritorsioni, Carboni fu liberato, ma si convinse a far pubblico e formale atto di rinuncia alla concessione. Il “caso Carboni” fu utilizzato per molti decenni nella lunga guerra diplomatica con la Francia, succeduta nel 1769 alla Repubblica di Genova nel dominio sulla Corsica, per il riconoscimento della giurisdizione sulle Intermedie. Nell’ultima fase della diatriba fu, addirittura, uno degli argomenti forti di parte sabauda, giacché la richiesta di Carboni della concessione era il riconoscimento di un autorevole bonifacino del dominio sardo sulle isole, e la sua rinuncia era stata frutto non del riconoscimento dell’abuso da parte sarda di concedere illegittimamente ciò che non apparteneva al regno sardo, ma di un atto di costrizione fatto su di lui perché rinunciasse alla concessione. D’altronde i bonifacini, sollecitati dal governatore Filippo Cattaneo de’ Marini, e ancor più spinti dal loro diretto interesse, ancora una volta cercarono con affanno nei loro archivi le pezze giustificative del diritto corso sulle isole, per munirsi di titoli giuridicamente ineccepibili rispetto alle pretese sarde. Si rendevano conto che il loro uso non era sufficiente ad evitare l’azione legittima dei veri proprietari di disporne in qualsiasi momento e in qualsiasi modo. Ciò nonostante non dovettero trovar niente, se il comandante di Bonifacio, Francesco Maria Segni, ne scrisse deluso alla fine dell’anno 1709 al governatore di Bastia perché ne potesse dare conto al governo della Serenissima di Genova, che aveva a suo tempo avanzato la richiesta di avere documentazione certa e probante. Nell’archivio segreto di Genova si trova una importante memoria che in quella situazione definiva gli elementi utili a dimostrare la sovranità genovese sulle isole Intermedie. In essa si suggerisce un mix di argomentazioni riferite alla mera occupazione “ab immemorabilis” senza contrasto delle isole, alla giurisdizione penale, a quella ecclesiastica e a quant’altro su di esse. E’ un primo esempio della impostazione, che fu utilizzata nelle corpose memorie che i cameralisti di parte francese predisposero successivamente, in contrapposizione alle analoghe memorie di parte sarda. Il documento è una memoria databile 1712 predisposta da certo Domenico Salineri, bonifacino. Testualmente si legge: “Le isole della Cabrera e della Maddalena, di Santa Maria del Budello et altre adiacenti verso la Corsica sono state ab immemorabili abitate e tuttavia lo sono da bonifacini e possedute pacificamente nelle coltivazioni e tenuta de’ bestiami, senza che alcuno abbia mai preteso di molestarli e le hanno godute e godono come proprie sotto il dominio della Serenissima repubblica di Genova. Ne’ cartulari delle colonne di S. Giorgio vi è una partita col titolo di S. Maria de Budellj annesso al beneficio della Santissima Trinità di Bonifacio, che nelli anni scorsi fu conferita da questa curia arcivescovile al sig. canonico Spinola, la quale ne era in possesso dal tempo del sig. Cardinale Durazzo di conferirla non ostante l’opposizione del beneficiato della SS.ma Trinità e della comunità di Bonifacio che pretende propria la partita. Ciò che conferma il possesso bonifacino e dominio generale. In tempo che il sergente maggiore Paolo Buttafuoco stava alla difesa de’ bonifacini contro i corsi, un famoso bandito soprannominato il Turco, inseguito dal sopra nominato sergente maggiore colla di lui squadra, se ne fuggì nella detta isola della Maddalena co’ suoi compagni, dove portatosi lo stesso maggiore Buttafuoco con la sua squadra e con rinforzo d’altri soldati genovesi attinse detto Turco bandito perché lo ritrovò nel dominio genovese, senza essersi udita alcuna doglianza per parte de’ spagnoli che possedevano la Sardegna. Essendo occorsi casi criminali in dette isole sono i rei stati processati dalla corte di Bonifacio come può ivi riconoscersi senza che alcuno vi abbia avuto pretenzione. Anzi essendo passati in Bonifacio de’ banditi sardi pastori alcuni di essi sono andati in dette isole a custodire i bestiami de’ bonifacini poiché sapevano di potervi stare sicuri per essere del dominio genovese le isole suddette”. La seconda occasione in cui i bonifacini si impegnarono a raccogliere gli elementi di diritto sul dominio corso sulle Intermedie, fu a seguito dell’intricato momento (1718-1720) del baratto tra Sicilia e Sardegna, della definitiva assegnazione della Sardegna al duca di Savoia, e quindi della sua presa di possesso da parte di Vittorio Amedeo II nel 1720. Anche stavolta la ricerca si avviò su richiesta dei Serenissimi genovesi, che vollero conoscere, nel giugno del 1718, “di qual dominio e paviglione” fosse l’isola di Caprera, le cui acque erano state teatro di un episodio criminoso sottoposto alle loro determinazioni. Nella primavera di quell’anno si era, infatti, avuto un insolito scontro di archibugiate tra due feluche napoletane presenti per praticarvi la pesca del corallo, che proprio nel mare intorno a quell’isola aveva allora il più ricco dei “giacimenti” di oro rosso delle Bocche da cui attingere. La flottiglia delle coralline aveva come base Bonifacio, dove venivano pagati anche i diritti di pesca, e interveniva in tutta l’aria marina vasta dell’arcipelago. L’incidente di Caprera era nato dalla recriminazione di una presunta invasione di area di pesca tra feluche concorrenti. Nella sua risposta il Magistrato di Corsica citò una serie di atti possessori esercitati da parte genovese sulle isole, a partire dal caso Carboni e dall’azione di polizia del sergente maggiore Buttafuoco. Per quest’ultimo episodio, in particolare, si scriveva che i fatti si svolsero nel 1685 e che il militare fu inviato a caccia dei banditi per iniziativa dell’allora governatore generale della Corsica, il magnifico Agostino de Franchi. Tra l’altro si apprende da questo testo che: “detti isolotti anticamente erano disabitati e che circa 50 anni or sono si introdusse nell’isola Maddalena una compagnia di dodici bonifacini e vi sementarono. Che dopo il primo raccolto andarono a sementare in detti isolotti altri bonifacini negli anni seguenti in diversi tempi e che in appresso da venti anni a questa parte vi posero a pascolare de’ bestiami, senza che siano stati mai impediti ne che abbiano mai fatta veruna contribuzione ad alcuno”. Oltre questo documento, le dichiarazioni sulla sovranità in discussione furono affidate ad una serie di note riferite soprattutto ad episodi della giurisdizione penale e anche ad informazioni sullo stato delle isole.

3 ottobre

All’interno di una lettera datata 3 ottobre 1709, si parla del rapporto esistente tra Giacomo Antonio Carboni per la concessione di utilizzo dello specchio acqueo dell’arcipelago, e dell’arcipelago stesso, per fini di pesca e per altri usi commerciali, in cambio della sesta parte dei suoi introiti, da versare alla Camera Regia della Sardegna. In particolare, però, si dice una cosa interessante che non so quanto possa essere vera o dimostrabile: Carboni sostiene di aver costruito, con quel sesto dovuto, due torri e una chiesetta, sulle isole e che le stesse sono sempre state abitate e utilizzate, “fino ad oggi” dai corsi, che vi hanno fatto pascolare i loro bestiami, “senza controversia alcuna e senza aver in alcun tempo pagato” alcun tributo. Antonio Carboni non esercitò mai la concessione datagli dalla Giunta del patrimonio del governo spagnolo di Cagliari, per l’opposizione dei nobili-mercanti bonifacini, che fecero incarcerare Carboni, perché la concessione data dal regno sardo-spagnolo definiva la sovranità sarda sulle isole invece di quella corsa-genovese. Il bonifacino Carboni fece un atto di lesa maestà nel richiedere quella concessione. Fu salvato dal fatto che era un viceconsole spagnolo-austriaco, che godeva della immunità diplomatica, per cui da Cagliari si minacciò di arrestare per ritorsione il console corso-genovese. Carboni si riprometteva di costruire torri e chiesa per colonizzare le isole, ma non poté andare oltre la promessa, probabilmente esagerata per favorire la concessione, che avvenne solo con atto di qualche anno dopo, ma inutilmente.

27 ottobre

Le annotazioni di episodi di vita, in gran parte a valenza penale, e le informazioni sull’utilizzo delle isole da parte dei pastori dei signori bonifacini, oltre che nei documenti di cui s’è detto, si ritrovano in decine di memorie, di note di corrispondenza e di informative conservate negli archivi di Genova, Torino, Cagliari e Parigi. Il complesso delle informazioni che si ricavano dalla massa documentaria non permette, per la frammentazione delle notizie, la ricostruzione di un quadro organico di chi e come viveva questi scogli. Ma è comunque ciò di cui si dispone per un minimo di ricostruzione delle persone, dei fatti e delle situazioni, per una sorta di avanti-storia dell’occupazione sardo-piemontese del 1767 delle isole dell’arcipelago. Un esempio per tutti della frammentazione delle informazioni ci viene dalla notizia della squadra di 12 corsi che iniziò ad utilizzare l’isola della Maddalena, seminando cereali per conto dei bonifacini. Una tale notizia, che rappresenta l’attestazione della prima occasione di utilizzo delle isole da parte dei corsi, è presente anche in una deposizione scritta di 4 bonifacini, raccolta in data 27 ottobre 1709 dal commissario di Bonifacio. Quei testimoni dichiararono che risultava loro che verso la metà del 1600, in occasione di una grave carestia che afflisse la Corsica, 12 pastori e contadini corsi si recarono nell’isola della Maddalena a seminarvi grano. Nel rischio che il raccolto potesse essere portato altrove, il commissario di Bonifacio inviò in quell’isola un plotone di gendarmi per garantire che il grano venisse portato esclusivamente a Bonifacio. Secondo gli stessi testimoni, a quel primo nucleo ne seguirono altri negli anni successivi, fino a che nel 1689, in termini meno estemporanei, un certo Angelo Doria, di Genova ma trapiantato a Bonifacio, inviò alla Maddalena dei pastori per pascolarvi del proprio bestiame. Da un memoriale in lingua francese di molti anni dopo, stavolta di fonte sardo-piemontese, sulla stessa notizia si apprende anche che: “un noble génois de la famille Doria fut envoyé à Bonifacio pour y exercer l’employ de commissarie. Il y fixa ensuite son domicile en se donnant au commerce. Ce nouveau citoyen, et à son exemple quelquautre négociant bonifacien ayant appris que quelques pasteurs corses s’hardaient de passer à ces iles, formèrent le projet d’en partager avec eux le petit profit et les fornirent à cet effet de fond en blé et en bétail ». Anche il divieto di esportare altrove i cereali raccolti nelle isole si ritrova in altri documenti riferiti a diversi momenti. Si conosce, infatti, un’ordinanza allo stesso proposito del solito commissario genovese di Bonifacio del 16 luglio 1701, e anche in quest’occasione l’obbligo di conferire a Bonifacio tutto il raccolto delle isole era giustificato da una carestia.

Vedi anche: Le prime tracce di presenza corsa nelle isole in epoca moderna