Correva l’anno 1797

aprile

Trattato di alleanza tra Piemonte e Francia: il re sabaudo, che già nel corso delle trattative aveva autorizzato un’eventuale cessione della Sardegna, concede alla Repubblica francese le isole di San Pietro e Sant’Antioco. Si stipulavano solennemente a Bologna i segreti patti tra la Repubblica francese e il re Carlo Emanuele IV . Si conveniva che “non si sarebbe dato alcun soccorso,né diretto, né indiretto, ai nemici interni degli Stati alleati”.
Contemporaneamente proferivasi in Cagliari sentenza capitale contro alcuni partigiani di Giov. M. Angioi; ed a Sassari il Valentino ripiantava le forche; mozzava il capo ai seguaci dello stesso Angioi; e spargeva al vento la cenere dei cadaveri cremati.

Correva l'anno 17979 aprile

Bonaparte ha avuto il merito di rimettere definitivamente ordine nell’isola e di mantenere la  promessa che aveva fatto nel 1796: «fare in modo che la Corsica diventi una buona volta francese»78. Per la sua isola natale aveva già esposto delle linee-guida nel rapporto al Direttorio del 9 aprile 1797: «per far sì che la Corsica diventi irrevocabilmente attaccata alla Repubblica, bisogna: 1) mantenere sempre due dipartimenti; 2) non impiegare nessun corso nelle piazze a disposizione del Governo; 3) scegliere una cinquantina di bambini e dividerli in diversi istituti educativi a Parigi, metodo poco costoso ed essenziale. A Parigi, al di là di due o tre istituzioni nazionali, ci sono varie pensioni individuali, in cui i bambini potrebbero ricevere un’educazione migliore di quella del loro paese; oltretutto si accrescerebbe il loro attaccamento alla Francia». Questo testo spiegava chiaramente le direttive della politica corsa di Napoleone: 1) chiudere ogni possibilità di secessione: la Corsica doveva integrarsi irreversibilmente alla Francia; 2) accelerare questo processo di fusione intaccando alla base il particolarismo isolano; 3) estirpare lo spirito di partito privandolo del suo alimento essenziale: l’accaparramento degli impieghi preso lo Stato; 4) francesizzare i giovani con l’emigrazione forzata: distaccati dalla mentalità isolana e sradicati dall’isola, essi avrebbero perso le loro caratteristiche e le loro peculiarità per diventare dei francesi a tutti gli effetti. La pagina dell’autonomia era stata definitivamente chiusa: la condanna a morte del paolismo, pronunciata con l’esilio del generale nel 1795, lasciava il campo libero all’integrazione della Corsica al paese dominatore. Il piccolo “Nabulione” paolista, dall’accento italiano, divenuto simbolo di un paese che considerava ormai la sua patria, voleva trasformare ad ogni costo la Corsica in una terra francese. Anche con l’integrazione autoritaria.

15 agosto

Prima dell’occupazione militare piemontese (1767), gli abitanti di La Maddalena seppellivano i loro morti a San Michele del Liscia e a San Giorgio presso Palau; alcune sepolture venivano fatte anche a Cala Chiesa, o nell’isola di Santo Stefano. Dal 1770 si cominciò a seppellire presso la chiesa di Santa Maria Maddalena (dal 1793 dedicata alla SS. Trinità). I registri parrocchiali annotano il nome della prima defunta, certa Avigia Maria, di Pasquale deceduta l’8 ottobre 1770, sepolta “In ecclesia S.M. Magdalena, in dicta isula existente”. Aumenta la popolazione (185 abitanti nel 1767; 867 nel 1794), fu indispensabile individuare una vera e propria area cimiteriale. Venne collocata su una collina dolce e poco granitica, posta al di sopra della costa di Cala Gavetta e di Cala Mangiavolpe. La scelta non fu molto felice. Era infatti a poche centinaia di metri dalle abitazioni e appena a monte di alcuni ruscelli e sorgenti. Ampliato attorno alla metà del secolo scorso nel lato di tramontana, raggiungeva una superficie complessiva di circa 2.200 metri quadrati. L’ingresso era a sud, verso l’attuale via Roma. Il grande cancello in ferro era sormontato. Nel lato opposto era sistemata una croce in granito. La cappella, di proporzioni modeste, fu fatta costruire da governatore Agostino Millelire che vi venne sepolto. Le sepolture avvenivano in gran parte sotto terra. Circa cinquanta tombe erano addossate lungo i muri perimetrali. Nel vecchio cimitero trovavano riposo non solo gli originari abitanti corsi, ma anche i militari che nell’isola morirono per malattia o in seguito a scontri armati, i pescatori campani e via via gente proveniente da ogni parte della penisola e anche stranieri. Allora, come del resto ora, i cognomi posti su tombe, lapidi, croci, evidenziavano le provenienze più disparate. Il primo seppellimento fu quello del piccolo Antonio Biaggi, di 11 mesi, figlio di Pietro e Gavina Gallone, morto il 15 agosto 1797. Tra i nomi illustri ricordiamo le medaglie d’oro Domenico Millelire, Tommaso e Cesare Zonza; Nicolao Susini che combatté con Garibaldi nella difesa di Roma; Domenico Polverini detto Parnaso, decorato nelle guerre di indipendenza con tre medaglie d’argento. Vi erano sepolti anche il Maggior Leggero e Luigi Gusmaroli, ex prete, la cui epigrafe fu dettata dallo stesso Garibaldi. Nel piccolo cimitero trovarono riposo anche vari sindaci: da Antonio Ornano sindaco nel 1799 ai tempi della costruzione della chiesa (probabilmente il primo sindaco), a Filippo Martinetti, primo cittadino all’epoca della visita di Re Carlo Alberto nel 1843 a Nicolò Susini che accolse Garibaldi esule, a Cala Gavetta. Vi furono seppelliti anche il parroco Mamia, il capitano inglese Daniel Roberts morto nel 1869, i coniugi Collins ed il notaio cagliaritano Vincenzo Sulis, capo popolo dei moti anti piemontesi, incarcerato a Guardia Vecchia. Vedi anche: Il Cimitero Vecchio – La demolizione – epitaffi e tombe

26 settembre

Angioy, fuggito da Casale a Genova, rinnova la sua richiesta di giustizia al sovrano sabaudo. Di lì a pochi mesi, perduta ogni speranza, partirà per Parigi.

17 ottobre

Pace di Campoformio: Napoleone cede all’Austria il Veneto fino all’Adige e ottiene il riconoscimento della Repubblica cisalpina.

23 novembre

Nasce Natale Berretta, figlio di Dono (Donato) e di Maria Caterina Zicavo, che molti autori descrivono come un bandito venuto chissà da dove nei primi decenni dell’800, come risulta dal libro primo della parrocchia, alla pagina 231, era invece nato a La Maddalena; la favola del bandito Berretta rifugiatosi nell’isola di Spargi per sfuggire alla giustizia, riportata da quasi tutti gli autori che si sono occupati delle vicende isolane, è dunque da sfatare, tanto più che all’atto dell’incriminazione per l’incendio egli, dalle informative in atti, risultò immune da ogni precedente penale e mai implicato in alcuna vicenda giudiziaria se non quelle relative alle liti con il Webber. Bandito, come vedremo, il Berretta lo diventerà a settantanni, dopo che era già incontrastato padrone di Spargi e vi aveva a lungo abitato. Prima di lui l’isola era praticamente deserta; la relazione Della Chiusa del 1736, riportata dal Garelli, dà l’isola per disabitata, mentre dalla relazione inviata a Torino dal conte di Rivarolo l’11 aprile 1766, riportata dal Baldacci, si apprende che “Sull’Isola di Spargi solea andarvi la famiglia di Nicolò Pauzino, allorché il suo Corsojo era destinato alle sementi a pascervi il suo bestiame; senza andare, come tutti gli altri a Santo Stefano” e che “…in quest’anno non vi è andato, perché i bonifacini, entrati in pretenzione d’avervi diritto come appartenenti alla Repubblica di Genova, hanno voluto seminarvi in compagnia di qualcuno dei stessi isolani”. I Berretta erano giunti a La Maddalena nell’ultimo decennio del 1700. Sappiamo che Dono, padre di Natale padrone marittimo, esercitava il piccolo cabotaggio con la sua gondola con la quale commerciava con la Corsica e che a La Maddalena si era trasferito con il fratello Filippo. Era figlio di Natale e di Maria Caterina Nicolai, del villaggio corso di Livia. Nelle cronache dell’epoca il suo nome ricorre di frequente perché per il suo carattere irruento era stato spesso protagonista di vicende giudiziarie. Arrestato più volte per risse e ingiurie e una volta per percosse a un ragazzo era sempre tornato in libertà grazie all’intervento del viceconsole di Francia Martinetti che, tuttavia, non aveva talvolta esitato egli stesso a farlo arrestare quando per sottrarsi alla cattura trovava rifugio sulla sua imbarcazione protetta dalla bandiera della repubblica francese. Aveva poi contratto matrimonio con Maria Caterina Zicavo Tramoni il 13 febbraio 1797 e si era definitivamente stabilito a La Maddalena. Il suo primo figlio fu Natale, che appena adolescente era stato mandato a Spargi per accudire il bestiame. Sull’isola deserta, oltre a curare la pastorizia, Natale si era dedicato all’agricoltura recintando alcuni tratti di terreno e destinandoli ad orto e vigneto, sicché egli, all’atto dell’emanazione dell’Editto delle Chiudende del 1820, aveva consolidato un possesso che gli consentì poi di divenire pieno ed esclusivo proprietario di quasi tutta l’isola. Difatti, tra i tanti documenti esaminati, il padre Dono e il di lui fratello Filippo, morto celibe, risultano proprietari di beni a La Maddalena, ma non a Spargi, e, parimenti, non sono mai risultate intestatarie di terreni le sorelle di Natale, Maddalena, Antonia, Francesca e Maria, come si apprende dagli atti di una causa sorta fra esse e il fratello in occasione della morte dello zio Filippo, totalmente abbandonato da Dono e accolto invece da Natale, unico familiare che si curò per molti anni di accudirlo e mantenerlo. Da un atto del 27 luglio 1853, con il quale Natale conferiva una parte dell’isola in dote alla figlia Francesca, i testi Giovanni e Giovanni Battista Tanca dichiararono che i terreni di Spargi erano nel possesso del Berretta da oltre trenta anni e che, tolta la parte destinata in dote, ne rimaneva tanto da soddisfare gli altri quattro figli. Da questa dichiarazione è facile intuire che il possesso di Spargi da parte del Berretta si era consolidato all’epoca dell’entrata in vigore dell’Editto delle Chiudende. Sta di fatto che quando nel 1848 fu fatta la ripartizione delle terre, furono assegnati lotti a La Maddalena, a Caprera, a Santo Stefano e sugli isolotti minori, ma non si parlò di Spargi ove la commissione preposta alla formazione dei lotti aveva recuperato pochissimi tratti di terreno formando solo alcuni lotti certamente non appetibili visto che Natale non li aveva coltivati. Uno dei lotti era stato assegnato a Filippo, ma questi deve averlo subito ceduto o dismesso perché di tale proprietà non si fa cenno quando alla sua morte sorse la controversia fra gli eredi. Natale, oltre alla proprietà di Spargi, aveva dei terreni anche a La Maddalena. Vedi anche: La casa del pastore Berretta o 24 settembre 1865, l’incendio di villa Webber e la favola del bandito Berretta