Correva l’anno 1898

Il consigliere comunale Carlo Ajassa, propone di costruire il nuovo palazzo comunale a Cala Gavetta, nell’area attualmente occupata dalla Colonna Garibaldi (eretta nel 1907 per il centenario della nascita dell’Eroe) vedi planimetria. La proposta fu respinta dal consigli e il consigliere rassegnò le dimissioni.

 

L’urbanista svizzero Augusto Giudini, propose di erigere un faro in granito a oltre 200 metri sulla sommità dell’isola di Caprera in onore di Garibaldi. Oltre al faro Garibaldi e a un “edifizio nazionale” studiò anche la possibilità di impiantare un’azienda con scuola agraria nei terreni dell’isola. Lo spunto di tutto ciò fu la legge del 17 luglio 1890 che decretava monumento nazionale la tomba dell’eroe a Caprera. Il progetto fu sostenuto dai Garibaldi e riscosse plauso, ma restò sulla carta. Vedi anche: Il faro Garibaldi a Caprera

Nasce a Santa Teresa Gallura, per opera del maddalenino S. Baffico il giornale gallurese “Il Corriere delle Bocche”.

Nel 1898 si tenta di rimettere ordine nell’intera materia “acqua e scorte idriche locali”, raccogliendo in appositi elenchi le fonti pubbliche dotate di buona acqua da bere. Queste sono nell’ordine le fonti pubbliche: Cisternone Piazza Santa Maria Maddalena (che poi sappiamo essere soggetta ad infiltrazioni di acqua salmastra), fonte di Cala di Chiesa, fonte di Punta Villa, fonte di Caldagilone; ci sono poi le fonti private, che vengono così elencate: Salvatore Sabattini, Regione Agghjastrolu in via Principe Amedeo, Giuseppe Susini, Regione Vadina in via Cairoli, eredi Pietro Variani, Regione Vadina in via Cairoli, eredi Giuseppe Culiolo, regione Vadina in via Cairoli, eredi Antonio Zucchitta, Regione Vadina in via Cairoli, eredi Vincenzo Buzzo, Regione Vadina in via Cairoli, Giuseppe Larco, Regione Vadina in via Cairoli, eredi Giuseppe Lauro Regione Scoglio in via Cairoli, eredi “Isolano” Zicavo, Regione Scoglio in via Cairoli, eredi Gio Battista Casanova, Regione Scoglio in via Cairoli, Fonte del Re Ministero della Guerra, Piazza De Cristoforis, Giulio Baffigo, Regione Chiusedda, eredi Nicolò Montesi, Regione Chiusedda, Salvatore Culiolo, Regione Chiusedda, Pietro Ferracciolo, Regione Chiusedda, Pietro Frau in Regione Chiusedda, Pasquale Marco fu Marco Maria, Regione Caldagelone, eredi Pasquale Volpe, Regione Caldagelone, eredi Giuseppe Millelire, Regione Caldagelone, eredi Giuseppe Millelire, Regione Caldagelone, Remigio Filugelli, Regione Caldagelone, eredi Giacomo Marciaciacà, Regione Spiniccio, Salvatore Culiolo, Regione Spiniccio, eredi Francesco Millelire, Regione via Villa Webber, eredi Francesco Viggiani, Regione via Villa Webber, eredi “la Speranza” Regione via Villa Webber, eredi Tomaso Comparetti Regione via Villa Webber, eredi Giovanni Zonza Regione via Villa Webber, Azara – Chiozzi (Regione Cimitero via Guardia Vecchia, Antonio Piras, Regione Piazza Umberto I, Stefano Dezerega, Regione Piazza Umberto I, eredi Variani e più, Regione Cala di Chiesa; pozzi pubblici in vicinanza del paese: Mercato, entro il Civico Mercato, Piazza Garibaldi, Piazza Garibaldi angolo Manini, Santa Maria Maddalena via Ilva; pozzi privati in vicinanza del paese: eredi Domenico Semidei, via Generale Millelire, Vincenzo Bolasco, via Generale Millelire, eredi Pietro Massidda, Piazza Umberto I, Remigio Filugelli, via Zampiano, eredi Giuseppe Varriani, Regione Padula, eredi Giulio Zonza, Regione Padula, eredi Albini, Regione Padula, eredi Culiolo e più, Regione Piazza Umberto I, eredi Ornano, Regione Cala di Chiesa, Pietro Olivieri, Regione Cala di Chiesa, Matteo Olivieri, Regione Cala di Chiesa. Forniscono acqua a chi non ha disponibilità di pozzi o di sorgenti alternativi, il “cisternino” di via Ilva e quello di Largo Roma, dalle ore 5.00 alle ore 9, 1/4. La Fonte di Caldagilone potrà erogare acqua dalle ore 9.00 alle 11.00 e dalle ore 14.00 alle ore17.00. Una brocca per famiglia. Il 2 agosto 1899 si delibera di ridurre dal 3 agosto la distribuzione dell’acqua di Cala di Chiesa, soltanto “nel mattino e solo nella ragione di due carri, con media di sedici barili per ciascun acquaiolo in tutta la giornata; sempre dal 3 agosto il signor Massidda, proprietario di una fonte, è autorizzato a vendere acqua, in media di tre carri da sedici barili per tutti gli acquaioli che intendano servirsene. Ai privati sarà concessa non più di una brocca per famiglia.

1 maggio

Tutto il terreno della cava di granito (Cala Francese) veniva preso in affitto dalla una società genovese di costruzioni Fratelli Marcenaro e Grondona. Come siano arrivati qua non è certo, sembrerebbe, che la società vantava un cospicuo credito nei confronti della Banca di Costruzioni di Genova e, data la traballante situazione dell’istituto, per non perdere le somme dovutele, aveva accettato di subentrare nelle attività della cava della Maddalena. Ma questa versione contrasta con quanto affermato nell’opuscolo, edito dalla Società Esportazione Graniti Sardi (SEGIS) nel 1919, in cui si dice che terreno e fabbricati erano stati restituiti ai proprietari prima dell’arrivo di Bertlin e quindi non erano più nella disponibilità della banca. Certo i fratelli Marcenaro (quando Grondona non faceva ancora parte della società) si erano già interessati degli impianti di estrazione chiedendo all’amministrazione comunale notizie sulla presenza di cave in esercizio, sul grado di importanza e sui nomi dei proprietari da contattare e il sindaco Lantieri aveva segnalato quella di Cala Francese definendola “già esercita dall’ex Società Generale di Costruzioni di Genova ed ora tenuta provvisoriamente dallo scalpellino Ammannati Ireneo, persona competentissima in materia di lavori granitici al quale potranno rivolgersi per gli schiarimenti”. Questa segnalazione avvalorerebbe la tesi che la Banca abbia tenuto il controllo sulla cava per tutti questi anni fino alla morte di Bertlin. Allo stato attuale delle ricerche è impossibile dare una risposta definitiva.

30 agosto

L’Amministrazione incaricò il geometra comunale Antonio Cappai di redigere un progetto per la “Sistemazione della via litoranea tra le attuali Piazza Garibaldi e Piazza Umberto I, presentato in data 30 agosto 1898 ed approvato il 5 settembre dello stesso anno. Sostanzialmente il progetto prevedeva non solo la rettifica della linea di costa, comprendendo importanti allargamenti là dove il transito risultava stretto e/o pericoloso, ma anche un nuovo allineamento di alcune facciate dei palazzetti prospettanti la via. In questi anni, non era difficile vedere a “Abbass’a marina” (attuale Via Amendola), pescatori seduti per terra o sui banchetti, con l’alluce infilato in una maglia sana per tendere la rete da riparare, da soli o in piccoli gruppi, i pescatori lavoravano nelle giornate in cui era impossibile uscire per mare. L’abitazione era normalmente insufficiente per i componenti della famiglia, quasi sempre numerosa, che poteva però contare su una dipendenza a tutti gli effetti della casa, distante da questa pochi metri: la barca, sulla quale dormivano i ragazzi più grandi finché non creavano una loro famiglia sposandosi e lasciando così il posto ai fratelli minori. la strada, molto più stretta di quella attuale, finiva senza marciapiede sul mare con un molo rudimentale di pietre a secco che contenevano a mala pena la forza delle onde tant’è che qualche sciroccata faceva arrivare gli spruzzi fin dentro le case: e sulla banchina, considerata quasi un cortile di pertinenza degli abitanti, si disponevano in lunghe file le reti ad asciugare, si riparavano i buchi prodotti dagli odiati delfini o da altri pesci grossi che, non sempre, sfondando, rimanevano impigliati, o da strappi dovuti all’usura. La stanza stanza, oggi la chiameremmo un monolocale, era occupata in un angolo dai fornelli a carbone e qualche volta dal forno, dai letti con testiere di ferro e da un comò sul quale facevano bella mostra di se le immancabili immagini dei Santi ai quali, nelle lunghe ore di attesa del ritorno delle barche, le donne rivolgevano le loro fervide preghiere promettendo i loro voti. In quasi tutte le case, la note, ardeva davanti alle sacre immagini un lumino ad olio. Tutto ciò risultava piuttosto ingombrante e già nell’ottobre 1898 il Regio Commissario con un’ordinanza, proibiva “lungo la via a mare, seno di Mangiavolpe, sino all’inizio della Piazza Umberto I, di tenere qualsiasi materiale, di stendere per qualunque scopo le reti e di ingombrare in qualsiasi modo il suolo pubblico”. Ma l’ordinanza non poté avere l’effetto voluto, data la mancanza di spazio disponibile. Nella zona attualmente occupata dall’ufficio postale, un piccolo scalo d’alaggio naturale consentiva di portare a terra le barche per la manutenzione; tutto era fatto in maniera artigianale. Altri, con l’aiuto dei ragazzi e delle donne preparavano negli enormi paioli la tintura per le reti, dosando la polvere rossa ricavata dalla scorza di zappino (albero simile al pino). In inverno l’acqua della tintura ormai inutilizzabile, “u zappinu”, veniva richiesta dalle donne isolane per curare i geloni delle mani e dei piedi. La fila di case era interrotta solo dalle bettole e dai magazzini dei pesci. Questi, attrezzati per conservare il pesce sotto ghiaccio e spedirlo ai mercati continentali (Civitavecchia soprattutto), erano diventati punto di riferimento economico di importanza vitale: garantivano infatti il ritiro di tutto il pescato, per il quale stabilivano il prezzo in base a quelle che per i pescatori erano delle incomprensibili leggi di mercato, per cui ritocchi continui basati sull’aumento o la diminuzione della quantità di prodotto, rendevano imprevedibile il guadagno giornaliero. Ma, soprattutto all’inizio del secolo, esercitarono una funzione notevole fornendo ai pescatori non solo gli strumenti di lavoro, ma anche le barche, ciò che consentiva quel primo passaggio di categoria, da semplice marinaio a padrone, che sta alla base del miglioramento della condizione sociale. Era però lungo e difficile affrancarsi dal rapporto con i magazzini e ancor oggi i pescatori dicono di aver cominciato a godere di buoni guadagni solo quando hanno potuto amministrare autonomamente il lavoro.

ottobre

La nuova realtà maddalenina di fine secolo XIX, in piena evoluzione economica e urbanistica, aveva bisogno di una adeguata sede del Municipio in quel momento ridotto in una condizione di ristrettezza e addirittura “indecente”. Dopo qualche tentativo nel 1894, non maturato per beghe politiche, due anni dopo il consigliere comunale Angelo Perugia propose di utilizzare la struttura appena costruita del mercato, elevando un piano. Difficile risultò individuare la nuova ubicazione del mercato, che Perugia proponeva nell’immobile ubicato in via Vittorio Emanuele e donato al Comune dagli eredi di Agostino Millelire. Dalle carte catastali pare essere proprio quello in cui trovò sede la Società di Mutuo Soccorso “Elena di Montenegro”. Il progetto non superò il controllo degli organismi superiori, e gli amministratori si rivolsero ad utilizzare un’area degli ampi spazi da sottrarre al mare di fronte allo scalo di S. Erasmo. L’amministrazione comunale guidata dal sindaco Culiolo con il riempimento di quella vasta area prevedeva di risolvere la questione fognaria legata alla grande vadina, di recuperare una piazza dietro il mercato e avere l’area di sedime per il nuovo municipio. Nel frattempo il sindaco Culiolo lasciò il posto al Commissario governativo Valle che con procedure accelerate ottenne il nulla osta del Ministero della Guerra (barattando la spianata del Quartiere e la fontana del re). Lo stesso Commissario affidò il progetto all’ingegnere sassarese Giuseppe Franchetti che lo approntò per l’ottobre 1898, prevedendolo a levante del mercato nonostante la furibonda opposizione di Carlo Ajassa che lo voleva a Cala Gavetta nei pressi del palazzo Zicavo (oggi Banco di Sardegna). L’appalto fu vinto dalla ditta Muntoni che iniziò i lavori in un ambiente agitato che produsse molte varianti al progetto e determinò la rinuncia di Muntoni all’appalto. Fu necessario anche rimettere mano a un nuovo progetto, che stavolta fu affidato all’ingegnere comunale Domenico Ugazzi. I lavori, affidati alla ditta isolana di Andrea Raffo, ripresero nel 1903 e già nell’aprile 1904 il completamento del tetto fu celebrato con il pranzo delle maestranze. Nel dicembre successivo le opere murarie erano concluse e si soffrì un ritardo della consegna delle balaustre di marmo dei balconi. Nel frattempo si diede disdetta del contratto di affitto con Tomaso Volpe per l’affitto dei suoi locali di via Principe di Napoli che ospitavano gli uffici comunali. Alcuni mesi dopo il nuovo palazzo comunale era in funzione ed oltre i propri uffici, ospitò nel piano terra anche le regie poste.

30 ottobre

Nella “Relazione a corredo del progetto per la completa sistemazione del fabbricato Ospedale militare marittimo di Maddalena” sono descritte tutte le opere occorrenti e tra esse figurano i “Lavori al muro di cinta” e la costruzione delle “Latrine”. Dunque una prima considerazione riguarda il fatto che alla data del 30 ottobre 1898 il muro di cinta, più o meno come lo conosciamo oggi, non fosse stato ancora costruito e conoscendo i tempi dell’Amministrazione militare di quell’epoca, oserei affermare che le opere forse furono ultimate per l’estate dell’anno successivo. L’altro argomento in discussione riguarda le benedette latrine, che secondo il progetto approvato, dovevano servire per ovviare ai gravi inconvenienti che presentavano quelle esistenti. L’Ufficio riteneva che si potesse rimediare costruendo ” …due torrette simmetriche situate dietro l’Ospedale, di poco discoste dal fabbricato ed unite a questo mediante passerelle sospese su traverse metalliche e chiuse lateralmente da sportelli e lamiere di ferro, in corrispondenza di ogni piano del fabbricato compreso il piano terra. …”. Sempre dalla relazione di cui sopra si ricava che “…. Le latrine attuali, presentano gravi inconvenienti, sia per il sistema di costruzione di effetto poco pratico e che rende difficile se non impossibile il mezzo per averle sempre pulite e inodore, sia anche per la posizione, poco adatta, loro assegnata, proprio all’estremità delle stanze degli ammalati colle quali sono in diretta comunicazione. Quest’Ufficio ritiene che si possa rimediare al lamentato inconveniente, colla costruzione di due torrette simmetriche situate dietro l’Ospedale, di poco discoste dal fabbricato ed unite a questo mediante passerelle sospese su traverse metalliche e chiuse lateralmente da sportelli e lamiere di ferro. In corrispondenza di ogni piano del fabbricato (compreso anche quello terreno) si avrebbero 4 latrine ossia 2 per parte simmetricamente disposte, munite ciascuna di vasi inodori a sistema perfezionato e di abbondante acqua di lavaggio. Superiormente alla torretta è disposta una vasca contenente circa 2 mc di acqua ritenuta in quantità più che sufficiente per la pulizia giornaliera delle latrine sottostanti. L’acqua è immessa nella vasca mediante una pompa aspirante e premente che pesca direttamente nel mare, facilitando per tal modo il rifornimento ogni qual volta la vasca è vuota. La spesa complessiva è di L. 12000,00. “