L’assetto del territorio: il corsojo

In questa fase non si può parlare di aggregato urbano in nessuna delle due isole, giacché gli insediamenti abitativi erano assolutamente spontanei, regolati esclusivamente dalla natura del terreno e dalla funzionalità della abitazione rispetto alle necessità dei suoi abitatori, e anche dalla qualità delle relazioni tra di essi. Il conte Rivarola per Caprera annotava, infatti, che esse, oltre a stare al centro dell’isola e nella sua parte elevata, erano “case simili alle altre [di Maddalena] ma tutte unite”, dandone una spiegazione plausibile: “queste famiglie vivono più d’accordo che quelle della Maddalena per essere più unite tra loro in parentela”. Alla Maddalena l’insediamento abitativo appariva più sparso anche se Brondel notava che quelle capanne stavano: “non molto distanti l’una dall’altra”. E’ il solito Rivarola a fornirci, con una preziosissima informazione, la motivazione della scelta di una soluzione non accorpata, per cui le installazioni abitative rispondevano all’organizzazione produttiva del territorio. “Tutta l’isola della Maddalena – si legge nella sua relazione dell’aprile del 1765 – è stata divisa in tante parti quante sono le famiglie che vi abitano, e ognuna di queste parti si chiama da esse un Corsojo”. Il documento d’archivio appare inequivoco nell’uso del termine corsojo, ma trattandosi di una trascrizione in copia si può ipotizzare anche un errore di scrittura da parte di uno scritturale che non ha interpretato bene la grafia dell’originale. Nel vocabolario dei pumotinchi sembra che non si ritrovi un simile termine. Un’ipotesi di buona credibilità riconosce in questa espressione una consonanza con il termine gallurese di cussogghja, nella sua accezione di terreno incolto e delimitato con diritto di pascolo attribuito ad un singolo pastore. Una sorta di stazzo demaniale, piuttosto che il torno di capanna corso. Per informare Rivarola e il suo domestico di quella soluzione organizzativa del loro territorio, i pastori isolani avrebbero usato, per maggior corrispondenza, l’espressione gallurese anche se mal riportata, piuttosto che un termine corso ritenuto non del tutto adeguato a rappresentarla.

In ogni corsojo – proseguiva la relazione di Rivarola – vi è l’abitazione per la famiglia a cui è assegnata. Costumano queste famiglie di scegliere ogni anno un corsojo per la semente di tutte assieme, e allora il padrone del corsojo seminato porta il suo bestiame a S. Stefano. Se un corsojo non è capace per la semente di tutte ne scelgono due”.

Questa situazione Rivarola la attribuiva esplicitamente e esclusivamente solo alla Maddalena, non riferendola anche per Caprera. Ma forse appare eccessiva l’indicazione che vorrebbe tutta l’isola maddalenina divisa in corsoji. Molto più probabilmente si trattava della suddivisione della vasta area del Piano della parte alta dell’isola tra la ventina di famiglie che la utilizzavano. Non sappiamo quando fu avviata questa pianificazione e pratica dell’uso del territorio e chi la propose. Non conosciamo neppure un sistema equivalente nelle pievi corse utilizzato come modello. Il fatto che questo sistema veniva attuato in una sorta di terra di nessuno, lo rendeva un modello originale rispetto a sistemi di organizzazione del territorio e delle produzioni in aree di riconosciuta proprietà demaniale o feudale. A prendere alla lettera l’informazione, sembrerebbe che non si sia trattato di un sistema organizzativo spontaneo e casuale, magari del primo che arriva e poi quel che resta ai successivi. La parte dell’isola chiamata corsojo, infatti, secondo la relazione Rivarola veniva “assegnata” e non occupata a piacere. Il conferimento doveva essere effettuato da un’autorità collettiva, piuttosto che da una monocratica, e magari in fase di prima assegnazione attraverso un sorteggio. Ci sarà senz’altro stata anche una regola per il subentro e per i nuovi arrivati.

Che le operazioni avessero delle regole definite appare ovvio per la solidarietà prevista nel meccanismo della turnazione annuale per la semina collettiva di uno o due corsoji da sottrarre al pascolo privato; ed evidentemente vi erano regole anche per la divisione del prodotto collettivo raccolto. L’utilizzo di S. Stefano come alternativa di pascolo per il pastore che aveva avuto il proprio corsojo scelto per la semina, sappiamo che aveva delle deroghe. Lo stesso Rivarola ci fa sapere che: “sull’isola di Spargi solea andarvi la famiglia di Nicolò Panzino, allorché il suo corsojo era destinato alla semente, a pascervi il suo bestiame, senza andare come tutti gli altri a Santo Stefano. In quest’anno [1765] non vi è andato perché i bonifacini entrati in pretensione d’avervi diritto, come appartenenti alla Repubblica di Genova, hanno voluto seminarvi in compagnia di qualcuno dei stessi isolani”. Nel documento del settembre 1777, già citato a proposito delle località di provenienza dei nati nelle isole, si legge ancora che di solito gruppi di bonifacini, che si chiamavano tra di loro “camerati”, si portavano nelle isole di S. Maria, Spargi e Budello in gruppi di 6/10, coi loro buoi, per seminare grano e orzo.

Il corsojo, dunque, era un terreno di solo pascolo in cui ogni famiglia teneva il proprio bestiame, e poiché in esso era stabilita anche la capanna, possiamo pensare che essa avesse il suo torno adibito a orto-giardino e a cortile. L’organizzazione del territorio in corsoji e la disponibilità delle altre isole permetteva, quindi la rotazione, che abbiamo già visto a proposito della scelta annuale di un corsojo per la semina collettiva. Questa soluzione era la vidazzone, che veniva utilizzata in tutta la Sardegna per far riposare il terreno a pascolo e averlo più produttivo per la successiva semina. Normalmente la vidazzone prevedeva la rotazione annuale, ma nelle nostre isole essa avveniva con tempi più ampi, proprio per i vari corsoji utilizzabili, per cui Brondel nella sua ultima relazione scriveva che: “lasciano riposare quelli da coltivarsi sette in otto anni”.

Salvatore Sanna – Co.Ri.S.Ma