Subito la torre di Villamarina: a dritta o a manca? La relazione Bozzolino

Il piano complessivo delle torri, pensato con logica militare di difesa della sovranità riconfermata con l’occupazione, non aveva più motivo di essere mandato interamente in esecuzione. In questo senso la torre di Villamarina non aveva alcun ruolo difensivo in senso stretto, e quella collocazione fu pensata soprattutto per motivi economici e quindi logistici, giacché da sola ed in quella posizione non sorvegliava nessun passaggio strategico. La funzione di quella torre fu subito indicata come supporto ad una risorsa economica, che si ritenne potesse venire dall’utilizzo del ricovero di Villamarina. “Il porto di Villamarina –scriveva Bogino al viceré a fine dicembre 1767 – è assai ben conosciuto per la sua sicurezza e capacità, potendo anche rendersi fruttifero coll’esazione degli ancoraggi che si credono ivi frequenti, merita che si deliberi per quanto occorre per potersi stabilire ed esigere un discreto proporzionato diritto”. Nel frattempo, proprio in quel sito, si concluse l’apprestamento del trinceramento, dove fu issata la bandiera che ebbe l’omaggio di riconoscimento delle navi di Pasquale Paoli. Fu conclusa anche la carta topografica richiesta al tenente di artiglieria Teseo, lo stesso che aveva sovrinteso la preparazione dei trinceramenti e dei baracconi, e quindi si poteva ragionare sulla torre con più precisione.

Bogino inizialmente aderì all’ipotesi, suggeritagli da qualcuno che stava nelle isole e dalla visura della carta di Teseo, di collocare la torre “nella punta a dritta entrando nel porto di Villamarina come più avanzata nel mare”, e nello stesso dispaccio del 18 maggio 1768 convenne coll’indicazione tecnica del viceré che la torre dovesse essere a forma di casamatta, non molto elevata. La minore spesa occorrente per questo tipo di fortificazione avrebbe potuto permettere, secondo Bogino, la costruzione della torre della Punta Rossa di Caprera a copertura dell’ingresso del golfo d’Arzachena.   Des Hayes aveva nel frattempo informato la corte torinese di aver ordinato il progetto della casamatta al cavaliere Belgrano di Famolasco, e di voler inviare il tenente Bozzolino sul posto, sia per fare “un piccolo disegno buono” per la Chiesa che il Vescovo d’Ampurias aveva previsto di erigere, sia per valutare la situazione di S. Stefano secondo le istruzione di Belgrano.

Bozzolino si recò alle Intermedie alla fine di maggio, e subito gli pervenne un messaggio riservato in cui si raccomandava di non far trapelare notizia del suo lavoro per la torre di S. Stefano, né del suo interesse alla verifica delle altre opere di difesa. Doveva far intendere di essere a Maddalena esclusivamente per la chiesa. Il tenente con la stessa nota ricevette anche copia delle considerazioni della corte torinese sull’ubicazione della casamatta, appena giunte a Cagliari, secondo cui da quella collocazione sarebbe stato possibile “di scoprire la Punta Rossa e quella di Sardegna, e corrispondersi colle medesime nell’occorrenza coi soliti segnali”. Nella lettera di accompagnamento Des Hayes mostrava i suoi dubbi sulla indicazione del Bogino: quella collocazione pur essendo la più avanzata non sarebbe la migliore, perché prevista nell’istmo su di un terreno di dubbia consistenza. In conclusione rinnovò l’invito a Bozzolino di controllare meglio, sempre “che niun se ne avveda”, e quindi inviare calcoli e disegni a Cagliari.

La grande cautela nasceva sempre dall’ulteriore evoluzione della questione corsa, che aveva visto il 15 maggio la firma a Versailles del contratto relativo al prestito di 2 milioni di lire della Francia a Genova. Questa aveva fittiziamente dato in garanzia proprio la Corsica che militarmente era già in mani francesi. Il capitano Duret, nuovo comandante delle Intermedie registrò immediatamente un massiccio sbarco di francesi in Corsica e ne informò Cagliari, che a sua volta girò l’informazione a Torino, suggerendo l’opportunità di sospendere il progetto della torre per non irritare i francesi e paventando l’incremento dei contrabbandi per soddisfare l’esigenze dei nuovi arrivati. Lo stesso viceré, mentre invitava Duret a seguire con circospezione i movimenti delle truppe francesi in Corsica, avvertiva De Nobili, comandante del felucone di stanza nelle isole, sulla possibilità di diserzioni di militari delle truppe svizzere e delle compagnie franche in servizio a Maddalena, attratti dalle truppe svizzere ed alemanne al servizio dei francesi. Bogino riscontrò le preoccupazioni di Des Hayes con una lunga nota sul problema delle torri. Secondo il ministro torinese i problemi che poneva la novità corsa suggerivano certamente la cautela e la sospensione della costruzione della torre “per non dare nell’occhio”. Ma, considerava Bogino, le torri sono altresì la conseguenza dell’occupazione voluta e effettuata delle isole, e sono anche il segno della volontà di proteggere e difendere gli isolani secondo le garanzie loro date. A questo punto il ministro per la Sardegna esplicitò il segno politico del programma sulle torri, considerando: “Poiché si propone di collocarle non già verso la Corsica, ma bensì nella parte che riguarda il continente del regno, rende anche meno atta l’intrapresa ad occasionare delle gelosie nelle attuali contingenze, onde crede la M.S. che si possa tirare avanti”. Con moderazione nella spesa, però.

Contemporaneamente all’importante dispaccio di corte con cui Bogino gli dava il via libera alla torre, superando le sue perplessità, il viceré ricevette la corposa relazione di Bozzolino, che in ben 11 pagine, vergate e spedite da Alghero in data 21 giugno, fornì le sue osservazioni sulla posizione della casamatta e gli elementi del calcolo per la sua costruzione. L’importante documento, pur presente in entrambi gli archivi di Cagliari e Torino, è ancora inedito, come gran parte dei documenti su cui si poggia questo lavoro, e purtroppo non più corredato della carta con l’indicazione dei siti indicati nel testo. La sua lettura risulta comunque possibile per la facilità di riconoscere le collocazioni indicate. Semmai le difficoltà nascono da una scrittura non sempre lineare e scorrevole, sopratutto a causa di una punteggiatura approssimativa che costringe il lettore ad una ginnastica logica per superare alcuni momenti critici.

Il tenente Bozzolino avviò la sua relazione esaminando subito le condizioni del punto indicato dal Bogino. Lo giudicò inadeguato non tanto per la sua posizione e per la qualità del terreno, essendo il più avanzato verso il mare e quindi apparentemente il più utile per la profondità della visuale verso Punta Rossa di Caprera e per la “qualità della rocca di cui viene composto”. Il limite di questa posizione stava nel fatto che non “vedeva” il trinceramento di Punta Sardegna, impedita dall’altezza in cui si trovava il trinceramento, e quindi non poteva entrare in comunicazione con la torre di Tegge da costruire. “A questi svantaggi ai quali vien soggetto il sito proposto A – prosegue la relazione – vi si aggiunga quello di venir dominato da un’altezza maggiore situata in F a seconda della quale potrebbero venir sorpresi gli soldati che stanno a difesa della torre……oltre ancora a quest’inconveniente ne insorge un altro, che trovandosi già formata una fontana di acqua dolce vicina al trinceramento menzionato, sarebbe cosa di non poca spesa il trasporto dell’acqua per la costruzione e di non piccolo incomodo ai soldati dimoranti in essa di andarla a prendere alla fontana (qualora la cisterna non fosse sufficiente) tanto per l’allontananza ancora di riguardo, quanto pel disastroso cammino e quasi impraticabile, a cui dovrebbero soggiacere”.

Il punto B, che la relazione prese in esame in alternativa, era quello occupato dal trinceramento e stava in una buona elevazione a manca dell’entrata della cala Villamarina. Rispetto al sito precedente l’unico svantaggio rilevato da Bozzolino stava nel fatto che non “vedeva” altrettanto in profondità l’entrata delle imbarcazioni da levante, ma comunque da questa posizione si aveva la stessa possibilità di bloccare col cannone il transito nel canale con la Sardegna. I vantaggi a favore di questa collocazione erano individuati all’opposto degli svantaggi del punto A. L’acqua era vicinissima, abbondante e facile da raggiungere, si scorgeva il trinceramento di Punta Sardegna e quindi si poteva attuare la comunicazione con Punta Tegge, ed infine l’elevazione di un colle vicino non era tale da preoccupare la difesa della casamatta da terra. “L’unico svantaggio a cui si dovrebbe soggiacere nel situare la casamatta al punto B altro non sarebbe se non che quello che ritrovandosi nel sito B già situato il trinceramento, dovrebbesi questo demolire e per conseguenza lasciar sprovvisto quel posto della truppa necessaria durante il tempo della costruzione della casamatta, al qual svantaggio rimediar non si potrebbe in verun modo poiché in tutti gli siti non molto lontani da esso non ritrovansi gli requisiti necessari per la formazione di essa”. Bozzolino, a questo proposito, suggerì la soluzione di costituire per tutto il tempo necessario alla costruzione della casamatta, un piccolo corpo di guardia al posto del trinceramento da eliminare. Con eccesso di scrupolo avanzò a questa sua ipotesi l’obiezione della impossibilità di rilevare i soldati di guardia con turni regolari in caso di tempo cattivo. Sempre per superare quello svantaggio la relazione notava che “quantunque il distaccamento cessasse dalla custodia del trinceramento, il regio filucone che di tanto in tanto ritrovasi in quei contorni potrebbe supplire ed impedire nel tempo della costruzione li contrabbandi e far le veci del distaccamento”.

La relazione individuò, quindi, il sito più utile per l’erezione della casamatta nel punto che attualmente la ospita ed indicò gli altri siti che “sarebbe necessario munire di difesa”, definendo un ennesimo organico piano di difesa. Oltre i già noti siti di Punta Rossa, Punta Sardegna e Punta Tegge, Bozzolino segnalò anche la Punta della Moneta, sempre alla Maddalena, per evitare le intrusioni da nord-est. La stessa relazione andò oltre, fornendo molte informazioni sui materiali ed i loro costi, le remunerazioni delle maestranze le tecniche costruttive, ed infine presentò il calcolo per le riparazioni dei trinceramenti e dei baracconi bisognosi di interventi manutentivi e riparativi.

Le indicazioni sul materiale primo gli vennero date “da un mastro da muro tempiese, e molto al fatto della cognizione di tale pietra”, che certamente fu Agostino Pisano, incaricato dal Vescovo della costruzione della chiesa a Collo Piano, e quindi presente in quel momento all’isola. Bozzolino nel suo viaggio per le Intermedie fu richiesto di passare proprio a Tempio per concordare con quel Vescovo quanto era utile per la progettazione della chiesa, che era il formale oggetto della sua missione. In quella stessa occasione il tenente sabaudo ebbe anche modo di verificare le tecniche di costruzione che si usavano in Gallura con i cantoni di granito, che gli furono utili per la relazione.

Secondo le informazioni di mastro Agostino, Bozzolino relazionò sulla qualità della pietra locale molto adatta ad essere cavata e formata a blocchi a forma di parallelepipedo di 3 palmi (75 cm) di lunghezza e di 1 palmo (25 cm) di larghezza ed altezza secondo l’uso comune. Il fatto che non fosse possibile ricavare cantoni ben squadrati non parve un grosso problema: “ciò nulla ostante – scriveva Bozzolino – delle muraglie che ho osservate in Tempio, costruite con la medesima qualità di pietra quantunque non profilata, si può benissimo formare una ben unita cortina di muraglia con tali sconnessure non troppo irregolari”. Altra difficoltà veniva dalla informazione, sempre di mastro Agostino, secondo cui in quella pietra non poteva far presa la calcina. Bozzolino la ritenne un’informazione non del tutto scontata, sia per ciò che aveva visto all’interno delle case di Tempio, sia perché riteneva quella pietra sufficientemente porosa, “però se io la venghi a sbagliare ne seguirebbe che la muraglia maestra fabbricar dovendosi con tali pietre e a luto murate, dovrebbesi ingrandire affinché potesse resistere all’impulso delle volte”. Per la calcina, invece, Bozzolino fu tributario del luogotenente Teseo, che lo ragguagliò sull’eccessivo prezzo di quella di Castelsardo e gli suggerì quella di Bonifacio, sia per il materiale in se che per il trasporto. Per la sabbia se ne prevedeva il prelievo in loco, mentre per le volte suggeriva l’uso dei mattoni piuttosto che la pietra, per la difficoltà di tagliarle appositamente. La produzione dei mattoni poteva essere fatta con un’apposita fornace da costruire nel litorale di Mezzo Schifo, utilizzando il materiale adatto che si trovava a poca distanza. Anche le indicazioni sulle paghe delle maestranze da utilizzare, dei materiali legnosi e dello smalto per la piattaforma della torre, con cui la relazione si conclude, paiono tutte rivolte a determinare un’operazione di costruzione in economia.

Dalla corrispondenza con Bogino veniamo invece a sapere (7 ottobre 1768) che si tentò l’appalto, facendone pubblicare il bando (i tiletti d’invito) a Cagliari, Sassari, Tempio e Castelsardo. Ma l’esito non dovette essere positivo se a fine aprile del 1769 Des Hayes dava notizia, sempre a Bogino, dell’approntamento di 6 cannoni di ferro con cui dotare la casamatta, di cui però non era stata avviata la costruzione. Non era stato trovato un impresario disponibile: “a segno che non trovandolo conto di farvela costruire ad economia”.L’ipotesi della procedura “in economia” fu necessariamente rilanciata dal viceré, perché nell’ottobre dello stesso 1769, ad un anno dalla prima pubblicazione dei “tiletti”, non si era ancora proposto alcun impresario, soprattutto a causa della lontananza del luogo. Eppure i soldi erano disponibili, scriveva a Torino, e risultavano sufficienti secondo i calcoli di Belgrano, definiti a seguito dei dati forniti da Bozzolino. C’erano anche i soldi per la dotazione dell’organico del personale, previsto in un alcaide, un artigliere e tre soldati, ed anche un progetto, molto atteso dalla corte, della riduzione del distaccamento delle Intermedie ad un massimo di 20-25 uomini a casamatta ultimata. L’alcaide della casamatta, da individuare in una persona di qualità, avrebbe poi potuto avere affidata una sorta di giurisdizione sulle isole, per amministrare la giustizia ed operare gli atti di consolidamento del loro possesso.

Quest’ultima ipotesi sulle funzioni dell’alcaide faceva parte di un piano organico che prevedeva, intorno alla torre-casamatta, l’erezione del sistema logistico dei magazzini e della caserma per il distaccamento. S. Stefano e Villamarina, secondo questo piano avrebbe dovuto diventare il vero polo militare delle Intermedie. L’operazione non andò a buon fine per la resistenza degli isolani che, presenti soprattutto nell’isola maggiore ed in parte anche a Caprera, riuscirono a far modificare le decisioni tecniche riorientando però anche la loro situazione sia logistica che organizzativa e lavorativa. Lasciarono le capanne di Collo Piano, scesero a mare e divennero marinai.

La soluzione sembrò a portata di mano proprio negli ultimi giorni del 1769, quando si ritenne di aver individuato un impresario di Sassari disponibile, e l’idea dei lavori in economia, che evidentemente non convinse per i problemi aggiuntivi che poneva, si dissolse definitivamente nell’agosto del 1770, quando Des Hayes potè annunciare a Bogino che era stato trovato “un impresaro per la casamatta” a Sassari.

Salvatore Sanna – Co.Ri.S.Ma

La torre di Villamarina a Santo Stefano pubblicato in ALMANACCO MADDALENINO n° 5 – 2007 – Paolo Sorba Editore