Correva l’anno 1890

Lo sviluppo urbano, legato all’istituzione della base della Marina e delle fortificazioni, richiamò imprese e maestranze dal continente. Intorno al 1890 arrivò a La Maddalena un ingegnere maltese, Giorgio Bertlin, allo scopo di rimettere in attività la cava di Cala Francese, che prese in affitto dai Bargone e dai Susini.
Bertlin impostò un programma di modernizzazione dell’impianto che gli consentì di sfruttare la congiuntura economica favorevole arrivando ad impiegare oltre cinquanta operai.
L’ingegnere fu l’esecutore di molte opere costruite tra il 1892 e il 1895, tra cui: la pavimentazione della piazza Mercato, ora Garibaldi, di una parte di Piazza Renedda (Umberto I), le scalinate delle vie Marco Polo e Colombo, via Italia, via Garibaldi, via Marina, Piazza del Molo e di buona parte del centro storico e fu collaudatore dei lavori del mercato nel 1894. Nello stesso anno venne realizzata la diga-passaggio in terrapieno, venne costruito il primo ponte che univa le isole di Maddalena e Caprera. Era arcato, metallico in traliccio, girevole, ad una corsia, costruito dalle Officine Savigliano di Genova. La realizzazione fu dovuta non tanto per unire la Casa e la Tomba di Garibaldi all’isola madre, quanto per ragioni militari. Nel 1897 era stata iniziata la coetruzione della Batteria di Punta Rossa oltre alla postazione di avvistamento di Tejalone. Mentre nel 1899 furono terminate le costruzioni delle fortezze di Punta Coda, Poggio Rasu Superiore, Poggio Rasu Inferiore e Arbuticci. Fino ad allora Caprera, da Maddalena, si raggiungeva con la barca, ed era questo il mezzo utilizzato da Garibaldi negli spostamenti per e da l’isola madre.

Viene eletto per la prima volta sindaco di La Maddalena Gerolamo Zicavo, capitano di lungo corso. Già faceva parte del Consiglio Comunale come consigliere e succedeva a Giuseppe Volpe. Fu primo cittadino nel biennio 1890/91, per alcuni anni assessore e consigliere comunale e di nuovo sindaco nel biennio 1898/99, un decennio basilare per la storia della città. Seppe amministrare con intelligenza, avviando e realizzando importanti lavori pubblici, fornendo alla città un sistema fognario fino ad allora inesistente, dando l’avvio all’illuminazione stradale, progettando gli edifici pubblici più imponenti quali il mercato, il palazzo comunale e il cimitero nuovo. Lasciò alla comunità cittadina, perché ne utilizzasse le rendite per scopi sociali, il palazzo costruito col nome di Scala di Ferro. La sua tomba fra le più belle del cimitero, fu realizzata da Ettore Sartorio. La lapide recita: “Qui riposa il commendator Gerolamo Zicavo grande navigatore di razza maddalenina nato il 3 novembre 1834 e morto il 31 maggio 1921 sereno e aperto spirito cittadino esemplare amico di Garibaldi. Alla sua dolce memoria la moglie Maria Cuneo appassionata compagna nella lunga vita questo ricordo ha eretto“.

20 gennaio

Nasce a La Maddalena Giacomo Origoni. Da giovane fu attore del cinema muto. In età più matura rientrò all’Isola dove intraprese un’attività commerciale. Massone, anticlericale ed antifascista, fu vice sindaco di Domenico Tanca nel 1946. Interpretò ‘La moglie sua eccellenza’, nel 1921 per la regia di Edmondo Bencivenga; ‘La misca d’oro’ sempre nel 1921, regia di Riccardo Cassano e ‘Una strana avventura’ nel 1922, regia di Robert Peguy. Giacomo era lo zio di Lia Origoni, la grande cantante maddalenina, e fu lui apprezzato artista del muto, amico del grande tenore tempiese Bernardo De Muro e di Donna Clelia Garibaldi, a condurre la giovane Lia dal grande maestro perché esprimesse un giudizio su quella giovane voce. “Ha un voce melodiosa tale a quale alla Malibran”, disse De Muro alla giovane Lia e allo zio Giacomino. Lia Origoni divenne poi la grande artista conosciuta e celebrata dopo aver calcato i più grandi palchi e teatri d’Italia e d’Europa.

26 febbraio

Umberto I Re d’Italia; Divenuto re nel 1878, fu sostenitore della politica di Francesco Crispi e dopo il 1896 della linea autoritaria dei governi che seguirono alla sconfitta di Adua e alla caduta di Crispi. I suoi contatti con la Sardegna si limitarono ad alcuni viaggi: una prima volta nel 1890, quando in agosto visitò le fortificazioni di La Maddalena e l’isola di Caprera; Le isole Maddalena e Caprera vengono collegate da una diga ponte di 600 metri interrotta da un ponte più volte ristrutturato nel corso degli anni, fino al suo attuale completo rifacimento avvenuto nel 2008; Don Vico viene denunciato e processato davanti al pretore di La Maddalena, per disprezzo delle leggi dello Stato, per non aver ammesso a fungere da padrino una persona sposata solo civilmente. Il Consiglio Comunale unanime con Delibera Comunale n° 851 delibera di rinominare piazza Renedda in piazza Umberto I, “volendo perpetuare la gloria che provò il paese per lo sbarco avvenuto di S.M. il Re col dilettissimo figlio il principe ereditario“.

26 febbraio

Nel 1893 il Comune di La Maddalena, sindaco Gerolamo Zicavo, decise di cedere a titolo definitivo, come se questo fosse moralmente legittimo, legale e, soprattutto, come se fosse roba sua personale, l’ampia spiaggia della Renella (o Rinedda) lungo la golfata di sud-est, che in tempi ancora più antichi compariva in certe carte “sperimentali” dell’arcipelago col nome di Ajciolo, per cederla alla Marina Militare. Il lotto interessato al passaggio di proprietà era il 1032, e sarà foriero di compromessi, ma pure, in vari periodi successivi, di dispute serrate fino all’inizio degli anni ’60, tra le autorità civili e quelle militari. Quella era stata, fino ad allora, la spiaggia per antonomasia dei ragazzotti indigeni sanculotti (inteso non come rivoluzionari, ma proprio come senza mutande. Per fare il bagno, infatti, si toglievano i pantaloni stracciati e si tuffavano nudi in acqua, sicuri infatti che nessun estraneo poteva vederli). Gli isolani definivano questa spiaggia la Renella, per la finezza della sua sabbia, distinguendola dalla Rena della Cala di Sant’Erasmo, in piazza degli Olmi, e dalla Rena, sempre a grana grossa, di Casteddhì (o Monte d’Arena). Oltretutto era la spiaggia dove confluiva in inverno la vadina tumultuosa di Guardia Vecchia; a questa si innestava, poco più a nord del cimitero vecchio, il torrentello di Cardaliò, che poi precipitava nel vallone della ghiacciaia, attraversando orti e vigneti. Finiva in mare, in uno specchio acqueo sabbioso e verdastro, con acqua bassa e protetta a levante dalla scogliera di Punta Chiara e a meridione dall’isola di Santo Stefano. Qui sarebbe potuto sorgere uno stabilimento balneare che poi, invece, insediata la Marina Militare, si ubicherà davanti all’ex fortino Balbiano, dove però non c’era spiaggia. Queste “spedizioni” nudiste dei “maschi di scoglio” erano possibili, perché la Renella era considerata, in realtà, almeno fino a quel momento, spiaggia fuorimano e isolata da Piazza del Mercato, dove pullulava la vita, e ancora di più da Cala Gavetta, da Piazza Barò, da Piazza Caprera e dallo Spiniccio. Era circondata soltanto, e in lontananza, da orti, vigneti, e alberi da frutta, che a volte, goliardicamente depredati, contribuivano alla sussistenza dei più temerari. La Renella poteva essere raggiunta solo con un percorso accidentato, se non proprio improbo, di quella che diventerà via Garibaldi, oppure rasentando le facciate delle case dei pescatori puteolani che si erano acquartierati quasi sul mare, lungo le case di Cala Mangiavolpe, oppure ancora scendendo dalle campagne del Cardaliò e del cimitero vecchio o dalla stradina di campagna che portava a Cala Chiesa e quindi dalle baracche di quella che diventerà “Due Strade”. Ma il 20 febbraio 1887, senza che nessuno si fosse preoccupato di avvisare la masnada di sanculotti locali, era stato rinnovato il trattato della Triplice Alleanza fra Italia, Germania ed Austria-Ungheria e dopo soli 14 giorni, (il 6 marzo) addirittura la Marina Militare aveva istituito il suo nuovo Comando a La Maddalena, e dopo ulteriori quattro giorni (10 marzo) aveva acquistato dal Conte Albini Augusto e Francesco fu Giuseppe, i lotti 1040, 1041, 1042 per complessivi 7.000 metri quadri a lire 7.000. I proprietari avevano venduto, col terreno recintato da un alto muro, 4.500 piante di vite, e 280 alberi da frutta. E siccome i frutti erano, come suol dirsi, pendenti, il raccolto del 1887 doveva essere lasciato ai legittimi proprietari, salvo essere liquidato a parte. Chi cedeva, indubbiamente sapeva leggere, scrivere e far di conto a meraviglia. Tanto che si era riservato persino il diritto a un interesse del 5%, a partire dalla data di stipula del contratto di vendita fino al giorno in cui il Ministero avrebbe materialmente versato la somma pattuita alla Cassa Depositi e Prestiti. Cominciai a domandarmi, studiando queste carte, chi potesse essere così astuto, all’Isola, a quei tempi, da pensare a una simile clausola? Poi, spulciando gli atti, mi domandai pure come mai il Conte Albini fosse proprietario di quei lotti di terreno. Ma naturalmente, prima, si dovrebbe pure capire chi era il Conte Albini e, soprattutto, occorre vedere com’è che in soli quattro giorni la Marina Militare avesse identificato proprio quei lotti di sua proprietà come “di massimo interesse”, chiudendo l’affare in un baleno… Senza voler per forza malignare, ecco una delle possibili spiegazioni: Augusto Albini era nato a Genova il 30 giugno 1830 dall’Ammiraglio Giuseppe Albini, nel giro della nobiltà savoiarda, e dalla maddalenina Raffaella Ornano, di una famiglia di eroi e di grandi possidenti locali, che vantava addirittura una parentela con Philipe Antoine d’Ornano, zio di Napoleone Bonaparte. Augusto, ormai impegnato in una gloriosa carriera militare come suo padre e suo fratello, aveva sposato a sua volta la maddalenina Felicina Raffaella Millelire, altra famiglia di eroi locali e, conseguentemente, di possidenti. Per capirci, le due famiglie (Ornano e Millelire) erano così potenti già nel 1804, che avevano recintato, contro ogni convenzione, pure le sorgenti di Cala Chiesa e di Abbatoggia, in un momento di paurosa siccità[5], facendo insorgere contro di loro, per la prima volta, l’intero consiglio comunale. La stessa residenza cittadina della famiglia Albini veniva segnalata dai visitatori dell’Isola, nel 1874, insieme a quella dei Millelire e di pochi altri, come le più “rimarchevoli” per “comodità ed eleganza”. Il palazzo (perché residenza sarebbe addirittura riduttivo) dell’Albini, in particolare, svettava su piazza Baron des Geneys e su Cala Gavetta, e ospitava tradizionalmente il Comandante Militare locale di turno e, prima ancora, il Bailo, e poi la più importante Loggia “Garibaldi”, segnalatami con dovizia di particolari dal parroco Mons. Salvatore Capula, fino alla sua direzione da parte del dott. Giovanni Regnoli (matricola 30673) e, contemporaneamente, in altra parte del palazzo, la famiglia del parroco Vico. Dal 1876 al 1886 il Conte Augusto Albini fu comunque direttore delle artiglierie e torpedini al ministero della Marina, (e all’Isola non si dimentichi che c’era una sezione di Artiglieria) prima con il grado di capitano di vascello, poi, dal 1881, di contrammiraglio e già col blasone di Conte come suo Padre. Nel 1886 assunse la presidenza della società Ansaldo-Armstrong, ed è appena il caso evidenziare che il sistema di tiro delle batterie costiere locali era proprio dell’Ansaldo di Genova su licenza della Armstrong. Eletto senatore, sedette al centro-destra, votando in genere per il governo, ma contro, quando si trattò di abolire la tassa sul macinato, per cui si era registrata all’Isola la sfuriata di Francealonga alla testa delle popolane, contro il sindaco Leonardo Bargone, che si era trovato ad applicare la norma. Sempre l’Albini ebbe persino rapporti con la Peroni, a cui ebbe modo di vendere importanti impianti per la fabbricazione del ghiaccio e della neve artificiale, a Roma. E’ certo dunque che le sole 7.000 lire della vendita dei terreni in zona Renella, più annessi e connessi, pari, sembrerebbe da certi calcoli, a circa 50 milioni di lire del dicembre 2000, erogati dalla Marina Militare, finirono in tasche molto floride e piuttosto vicine ai massimi vertici militari nazionali. Lo stesso Augusto, Capitano di Vascello e Deputato al Parlamento, era entrato, sia pure a titolo onorario, il 13 marzo 1881, a far parte della Società di Fratellanza in Maddalena. A seguito della trasformazione di questa, in Società di Fratellanza “Elena di Montenegro”, avvenuta il 17 gennaio del 1886, la sua posizione di riferimento rimase immutata, per imprimere evidentemente una ulteriore svolta filomilitare nella vita del Comune, creando in sostanza, un secondo partito filomassonico, dopo quello opposto e contrario della Società di Mutuo Soccorso XX Settembre. In sostanza, all’Isola, l’umanità si divideva ormai in dipendenti, direttamente o indirettamente, della Marina Militare e in operai, artigiani, pescatori, scalpellini, agricoltori che continuavano a vivere come prima dell’insediamento della Piazzaforte. Non c’è dubbio che i sanculotti locali appartenessero a questo secondo schieramento. Sempre alle spalle della Renella vi erano altri appezzamenti di terra coltivati, su cui la Marina aveva messo gli occhi addosso. Alcuni erano pure forniti di pozzi, come il podere piantato a viti e a ortaggi di Antonio Scanu fu Giorgio, il podere di Bianca e Antonio fu Longo con pozzo e vasca nell’orto, il podere di Domenico Lantieri fu Pasquale con un buon pozzo nell’orto, il terreno coltivato di Francesca Vela fu Andrea con pozzo e vasca, il podere con pozzo e vasca di Sebastiano Baffigo fu Domenico, il terreno con due pozzi e altrettante vasche degli eredi Culiolo fu Pietro, nonché il terreno con pozzo di Pietro Lena fu Giuseppe. Infine vi erano-come scritto in apertura-i tre floridi lotti con pozzi e vasca appena venduti dal Conte Albini al Demanio Genio Civile e quindi già passati in uso alla Marina Militare. Tutto questo scomparirà in un baleno, se è vero come è vero, che nel 1890 gli edifici fondamentali del Comando Militare della Piazzaforte locale erano già stati completati e che la sistemazione urbanistica, compreso un piccolo polmone verde centrale, antistante al palco della musica, imponeva che della spiaggia della Renella scomparisse pure il ricordo. Per questo motivo, il 26 febbraio 1890, il Sindaco ff. Pasquale Volpe, in Consiglio Comunale, preso atto che il Comandante Federico Labrano Contrammiraglio della Regia Marina, il 19 febbraio precedente, con atto n. 851, “ha partecipato a questo Municipio” che il Re aveva gradito la proposta del Comune perché alla nuova piazza Renedda, ove sorgevano i nuovi fabbricati del Genio e della Marina, “resa ormai importante e di decoro del paese”, venisse data la denominazione di Umberto I. Il Consiglio, a conferma della precedente proposta, orgoglioso della sovrana soddisfazione, volendo perpetuare la gloria che provò il paese nello sbarco avvenuto da S. M. il Re col dilettissimo figlio, il Principe ereditario, nella nuova piazza fra l’entusiasmo generale, delibera unanime: alla piazza anticamente detta Renedda, verrà dato il nome di piazza Umberto I”. Dopo altri quattro anni, il 31 gennaio 1894, la Marina espropriò, sempre all’illustre Conte, ancora due lotti di terreno (stavolta in regione Boccalta, rocciosi e assolutamente abbandonati) di cui non se ne fece mai niente, versandogli altre 430 lire. Cioè, più di quanto il Principe Tomaso aveva lasciato al Comune per versarlo a tutti i poveri dell’Isola. Nel frattempo il Conte Augusto Albini si trovava pure (non chiedetemi come e perché) proprietario in Roma di stabilimenti per la fabbricazione del ghiaccio e della neve artificiale. Se ne ha prova visitando gli archivi storici della ditta Birra Peroni, che aveva rilevato in 3 riprese, nel 1898, alcuni stabilimenti proprio dall’Albini. Diciamo che se il “nostro Conte” fosse stato un cronista, sarebbe stato di gran lunga il migliore, perché lui e i suoi beni si trovarono sempre al posto giusto e al momento giusto, ma, soprattutto, al giusto prezzo. Mentre i sanculotti maddalenini erano cresciuti con un pizzico di comprensibile rabbia nei confronti della Marina Militare per la spiaggia persa, si scoprì pure che il Comune, dopo l’entusiasmo della cessione dell’area demaniale a titolo gratuito, per andare incontro ai tempi nuovi, non ci aveva guadagnato nulla; infatti, nel giro di qualche anno, la strada che il Genio aveva tracciato, per ordine del Comando Marina, al fine di collegare le strutture militari di Padule, passando davanti al municipio e lungo Cala Mangiavolpe, si biforcherà davanti a piazza Umberto I° e si lascerà ad uso degli indigeni il solo percorso che portava a quella che diventerà famosa come “Due Strade”. L’altra, ritenuta fino a un tumultuoso consiglio comunale, “strada militare” a tutti gli effetti, porterà agli altri stabilimenti della Marina, verso Moneta, costeggiando proprio l’ex Cala Renella, scioccamente ceduta dal sindaco Zicavo, senza una sola condizione. Cosa questa che era stata impugnata politicamente e in via di diritto, perché era quanto meno anomalo per l’Intendenza di Finanza cedere con una letterina un lotto demaniale, sia pure ad altro Ente Statale, senza alcuna garanzia scritta di restituzione, ma, soprattutto, in maniera assolutamente informale. Era stato sufficiente che alla guida del Comune si fossero avvicendate persone legate all’altro filone della Massoneria, perché la questione della Renella, non solo non fosse lasciata cadere, ma finisse proprio con l’incendiarsi. E quindici anni dopo, nell’agosto del 1908 la polemica non solo è sempre in piedi, ma è divampata coinvolgendo tutte le strade militari costruite dalla Marina su terreni comunali (in particolare quella di Guardia Vecchia, quella che dalla Renella porta al Regio Cantiere, quelle di Caprera). E ciò mentre i nuovi sanculotti, pure per far dispetto o per il gusto di rinverdire gli antichi fasti, visto che da dove si tuffavano un tempo gli avi, adesso c’era un’invitante banchina, si tuffavano in acqua all’improvviso da lassù, in pieno giorno. E quando il Comando Marina decise di mettere dei piantoni sul posto, fino all’ammaina bandiera e quindi dopo il tramonto del sole, loro arrivavano a frotte e, improvvisamente nudi, si tuffavano in acqua di notte. Ormai era una questione di principio. Così il Comando Marina, sollecitando all’uopo i carabinieri (che ovviamente, vista la mala parata, passarono subito “per competenza” la palla alle Guardie Municipali), cercò di arginare la situazione chiedendo che per lo meno si sequestrassero gli indumenti lasciati a terra dai sanculotti. Come se questi avessero pudore o timore di tornare a casa nudi. Nel 1908 la situazione si era così complicata che la Prefettura, visto che le parti contendenti fra loro non trattavano neppure, si sentì costretta a mediare, sottoponendo al Comando Marina i deliberati del Comune e al Comune le risposte sempre più piccate del Comando Marina. Baso quanto segue su una nota della Sottodirezione Autonoma del Genio Militare di La Maddalena, che arrivò a redigere uno schema per conto dell’Amministrazione Militare e per il Municipio di La Maddalena, per la “concessione del libero transito del pubblico sulle strade militari esistenti nelle Isole della Maddalena e Caprera, in cambio della cessione gratuita di alcuni terreni da parte del Comune alla predetta Amministrazione”. La tensione infatti era salita a tal punto che la Marina ormai ostacolava il transito non da loro autorizzato sulle “sue” strade, sebbene non potesse disconoscere che il suolo che calpestavano era dei maddalenini. Per liberalizzarne il transito pretendevano, però, che con la cessione gratuita dell’area a titolo definitivo, il Comune pagasse pure la metà dei lavori sostenuti, e, naturalmente, collaborasse alla manutenzione delle stesse. Negli atti ufficiali del 1908 il Comando Marina riconosceva che la storia si trascinava ormai da 20 anni, quindi esattamente dal 1888, data di inizio dei grandi lavori per collegare tra loro tutte le opere di fortificazione portate avanti dal Governo per fare di La Maddalena una piazzaforte militare. Dove stava l’incomprensione? La Marina e il Governo avviavano in quest’Isola un poderoso salto di qualità della vita civile, ma avevano necessità di una porzione di territorio su cui edificare le loro opere e le varie infrastrutture: tutto logico. Ma mentre i privati, se famosi e scaltri come il Conte Albini, potevano lucrare per la cessione di terreni privati, secondo la logica distorta della Marina, il Comune, per contro, doveva accettare le cessioni a capo chino nell’interesse generale. Alla fine la gerarchia che si veniva a creare era questa: la Marina comandava e il Comune doveva amministrare secondo le loro indicazioni palesi o occulte che fossero. Addirittura la Marina, vista la ritrosia del Comune a ingoiare la subalternità, si era spinta fino a chiedere che i privati, interessati al transito sulle “loro” strade, si facessero carico “in proprio e in quota” della manutenzione ordinaria delle stesse. A questo punto l’Amministrazione Comunale, pressata dai privati si impegnò a sostituirsi agli stessi nella manutenzione ordinaria delle strade, ma non certo nella cessione a titolo definitivo dei suoli attraversati, come il contratto-capestro pretendeva di imporre. Dico subito che, a mia memoria, negli anni ’60 dello scorso secolo si discuteva ancora ufficialmente e pesantemente sui termini di questa vertenza. Per la sola strada di Guardia Vecchia, la Marina pretendeva la proprietà a titolo gratuito di 3.500 metri quadrati, mentre per la piazza Umberto I (la cara, indimenticabile Renella, che l’Ilva aveva iniziato a calpestare per le sue partite di pallone), ed in particolare il tratto attiguo all’ex spiaggia, la Marina pretendeva la cessione di metri quadri 4.000 (lotto 1032 e ½) ci si può figurare quanto suolo potesse richiedere per il resto di La Maddalena e Caprera. Ma la forza del Comune, in questo duro braccio di ferro, stava-guarda caso-nell’Intendenza di Finanza, che si era materialmente opposta, già dopo il 1883, alla cessione con un foglio volante alla Marina proprio del lotto 1032 ½ che aveva finito col sancire a titolo definitivo la soppressione della spiaggia Renella. Ovviamente la orlatura costiera sul mare apparteneva al demanio marittimo e per quella il Comune non ci poteva nulla, per cui i sanculotti in linea di diritto dovevano rassegnarsi, ma per lo meno il calpestio del suolo attiguo era e restava libero, per cui da lì, tuffarsi in mare a tradimento, era un gioco. Trovato comunque il modo di allontanare l’Ilva dal “campo sportivo” di fortuna ricavato nella pomposa piazza Umberto I, (per cui la Società sportiva era costretta ad elemosinare ogni volta l’autorizzazione non sempre scontata), la disputa era diventata talmente forte, anche durante il Fascio, che “diplomaticamente” si era creduto di risolverla in maniera salomonica persino con la creazione di due marciapiedi separati e distinti per la passeggiata: uno per i borghesi, quello a sud e l’altro per i militari, a nord. Cosa che dopo una serie di cazzottate western tra marinai e civili si capì che non poteva reggere. E infatti la mia generazione crebbe, già dalla fine degli anni ’40, al libero “pascolo” su entrambi i marciapiedi, acquartierati tra il monumento di Anita e lo zampillo. Il problema della divisione dei marciapiedi di competenza, scomparve definitivamente, anche solo come idea, quando finalmente il Sindaco Giuseppe Deligia, col rifacimento della piazza, secondo il progetto dell’architetto Marina Perrot, nel 1970, unificò, non senza qualche obiezione, la passeggiata. (Giancarlo Tusceri)

17 marzo

Nasce alla Maddalena, Pietro Bargone. All’entrata in guerra dell’Italia (Prima guerra mondiale) aveva quindi 25 anni. Arrivò la chiamata alle armi e venne inquadrato nel 150° reggimento che faceva parte della Brigata Trapani. Il 17 settembre del 1916, combattendo per la conquista delle trincee di Lodvika, sotto un violento fuoco nemico, con coraggio e perizia condusse il suo plotone all’assalto delle trincee austriache. L’assalto si infranse contro i reticolati di filo spinato esposti al fuoco nemico diretto, Ii suoi uomini combatterono aspramente senza retrocedere; finché non arrivò l’ordine di ripiegare. Per questa azione Bargone venne decorato di Medaglia di Bronzo al Valore militare. Circa un mese dopo era ancora alla testa dei suoi uomini nei combattimenti del medio Isonzo, sulla Collina “Fiore”, vicino Gorizia e mentre conduceva un assalto, cadde colpito a morte il 1 novembre 1916. Aveva 26 anni. Gli fu concessa una seconda Medaglia al Valore, questa volta d’Argento ed alla memoria, con la seguente motivazione: “Splendido esempio di slancio e coraggio ai suoi soldati, raggiungeva in breve tempo ed occupava con la sua compagnia una posizione nemica. Con calma e fermezza sventava un contrattacco avversario e incitava i suoi uomini finché mortalmente colpito, non cadeva sul campo“.

2 giugno

Fin dal 1882, sotto l’influsso della recente morte, Menotti Garibaldi era riuscito a far firmare ai congiunti un atto di donazione allo Stato, ma in presenza di disaccordi, l’Amministrazione della Marina preferì accettare una formula mista, con la quale case e annessi sarebbero stati donati, mentre il resto dell’Isola sarebbe stato espropriato per uso militare, dietro un compenso. Gli eredi Garibaldi vollero che nello schema di convenzione a cui si addivenne il 2 giugno 1890 e che valutava il prezzo totale della proprietà in £. 300.000, fosse inserita la clausola seguente: “Dal presente atto restano esclusi la casa, la tomba, ed i terreni annessi, ossia frutteto, aranceto, oliveto cinto da un muro a secco, comprese le tre case del pastore e i due mulini a vento che la famiglia Garibaldi cede e dona alla Nazione, riservandosene l’uso come conferma al primo atto di donazione”. Ma anche di tale schema di convenzione non se ne fece nulla, soprattutto perché gli eredi – in particolare Ricciotti e Francesca – non ne volevano precisare l’uso che avrebbero fatto dei beni espropriati, cioè della casa e di quanto in esso contenuto.

12 giugno

Una comitiva di signori tornave in pomeriggio da una gita in barca all’isola dei Barrettini, arrivati di fronte a al porto Camicia (nei pressi del Regio Arsenale), la barca viene capovolta dalla violenza delle onde. Rimase vittima il capitano contabile maddalenino Giacomo Galmbarella. Gli altri occupanti riuscirono ad esser tratti in salvo, grazie al pronto intervento del personale della Regia Marina.

17 giugno

Lo Stato, allora dietro sollecitazione del Parlamento, emise la legge che dichiarava monumento nazionale la tomba dell’eroe; contemporaneamente venivano avviate le pratiche di espropriazione. Scorrendo gli atti relativi, emerge l’atteggiamento sempre reverente della Marina nel perseguimento della salvaguardia di Caprera per quanto di sacro essa ormai rappresentava per l’Italia. Vi si nota il rigoroso rispetto per le persone degli eredi pure nel continuo servizio agli interessi superiori del Paese.

9 luglio

Nasce a La Maddalena, Luigi Frau. Era un ufficiale di complemento, chiamato quindi alle armi per svolgere il servizio militare di leva all’entrata in guerra dell’Italia, subito dopo essersi laureato. Venne inquadrato come sottotenente nella gloriosa Brigata Sassari e più precisamente al comando della 233^ compagnia Mitraglieri Fiat. Frau partecipò a tutti i più duri combattimenti che la Sassari affrontò sul fronte del Carso ed a soli 25 anni affrontò coraggiosamente le battaglie di “Bosco Cappuccio” e della “Trincea delle frasche” nel 1915, nomi entrati nella leggenda della Brigata Sassari. Durante queste battaglie rimase seriamente ferito, si fece medicare e si oppose decisamente al medico voleva inviarlo nelle retrovie per le cure necessarie; ritornò invece tra i suoi uomini e si riprese a combattere. Per questo gesto e per la sua condotta durante la battaglia gli venne concessa una medaglia d’Argento al Valor militare! Nel 1917 Frau faceva ancora parte della “Sassari” e nel mese di agosto partecipò ai duri ed oramai leggendari combattimenti per la conquista del Monte Nero. Purtroppo fra i tanti caduti di quel giorno ci sarà anche il tenente maddalenino Luigi Frau, aveva compiuto da poco più di un mese, 27 anni. Arrivò per lui una promozione postuma a Capitano.

17 luglio

Con la legge n. 6973 viene dichiarata monumento nazionale la tomba di Giuseppe Garibaldi a Caprera. Questo il testo: “Umberto I per grazia di Dio e volontà della Nazione Re d’Italia. Il Senato e la Camera dei deputati hanno approvato; Noi sanzioniamo e pubblichiamo quanto segue. Art. 1) La tomba di Giuseppe Garibaldi un Caprera è dichiarata monumento nazionale. Art. 2) Il Ministero della Marina è incaricato di provvedere alla custodia ed alla conservazione della tomba predetta mediante una guardia di veterani del corpo reale equipaggi. Art. 3) I ministri dell’interno e della marina sono incaricati dell’esecuzione di quanto è prescritto negli articoli precedenti. Ordiniamo con la presente, munita di sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarla come legge dello Stato. Data a Roma, addì 17 luglio 1890.