Correva l’anno 1962

Correva l'anno 1962Sono i fortunati anni del night club La Cala di Leclef, coi suoi anomali archi, sulla gradinata alle spalle di Cala Gavetta, che, mentre imperversava il turismo più popolare del Club Med di Caprera e del Touring Club, e mentre stavano ancora per prender corpo le favolose stagioni della Costa Smeralda, vedrà ospiti del calibro di Rita Hayworth, Eleonora Brown (la figlia di Sofia Loren ne La Ciociara), Paola Ruffo e Alberto di Liegi, Virna Lisi, Caterine Spak, Jonni Dorelli, e tante tante altre stelle del periodo, tanto da costringere l’Unità, da sempre poco incline alla mondanità, a interessarsi del fenomeno. Il locale fu realizzato dal signor Leclef che arrivò nei primi anni 60 e oltre alla Cala realizzò la lottizzazione del Villaggio Piras. Nel 1973 il figlio Jean Pierre, lo trasformò in appartamento e ci andò a vivere. Aperto e gestito da una delle Peter Sister e da Gepi & Gepi, il locale andò avanti fino al 1969 con l’ultima gestione del belga Charliè. Non c’era ancora la Costa Smeralda e i ragazzi maddalenini andavano a ballare oltre che alla Cala di Cala Gavetta o al Cral in via Dandolo, e per i veglioni o the danzanti all’Excelsior, Esit e Circolo Sottufficiali. Suonavano gli esordienti Karakolis e gli affermati Les Abis. Subito dopo arriverà Gian Maria Volonté, Carla Gravina, Monica Vitti, Renato Pozzetto, e chissà quanti altri che proprio su Cala Gavetta alla fine orbiteranno.

21 gennaio

La SIR, Società Italiana Resine, assume le prime maestranze per lo stabilimento di Porto Torres.

22 gennaio

Il presidente della Giunta regionale Corrias riceve l’Aga Khan per il progetto turistico‘‘Costa Smeralda’’.

14 marzo

L’Aga Khan e cinque amici dal notaio: nacque la Costa Smeralda; Si trovarono seduti attorno a un tavolo in un palazzo di corso Umberto, civico 193, a Olbia. Avevano davanti decine di atti di compravendita che in un anno avevano fatto cambiare proprietà a 1800 ettari, e un notaio, Mario Altea di Tempio, chiamato a suggellare la nascita di un consorzio che trasformerà l’Unfarru dei pastori nel paradiso dei turisti, Monti di Mola in Costa Smeralda. «Tutto chiaro?» chiese Altea. «Tutto chiaro» risposero, senza bisogno dell’interprete, Karim Aga Khan, Patrick Guinness, Felix Bigio, Andrè Ardoin, John Duncan Miller e René Podbielski. Per i sei soci fondatori, il meno era fatto. Il cammino verso la costruzione della Costa Smeralda, cominciato tre anni prima con la “scoperta” di Capriccioli, era solo all’inizio, e la sua percorrenza si annunciava tortuosa e anche pericolosa. Come realizzare un investimento in una zona, Monti di Mola, in cui non c’erano strade, acqua, luce elettrica? I soldi non mancavano di certo. Dietro l’Aga Khan e le sue società, sede a Vaduz, c’erano tra le famiglie più ricche d’Europa, dai Rothschild ai Furstenberg. Avevano trovato un’isola così simile ai Caraibi, e così vicina a Londra e Parigi, che potevano permettersi anche di perderci qualcosa. Ma come muoversi? La politica non poteva, e neppure voleva, dare una grande mano. I finanziamenti della Regione, attraverso la Cassa del Mezzogiorno prima, il Piano di Rinascita poi, erano destinati tutti all’industria. Il turismo era un oggetto sconosciuto, su cui nessuno voleva scommettere. La politica non metteva neppure paletti, per la verità. L’Italia e la Sardegna non avevano una legge urbanistica, non esistevano i piani urbanistici comunali. L’Aga Khan avrebbe potuto fare quello che voleva. Poteva dire: “Questa terra è mia, ci costruisco quello che voglio, dove voglio”. Decise di non farlo. L’investimento ne avrebbe risentito, il suo buon nome nel mondo pure. Il Consorzio, che si rifaceva a una lettera d’intenti tra i proprietari firmata nel settembre del 1961, voleva pianificare un investimento edilizio ed economico, voleva realizzare profitti privati e dare benessere pubblico. E infatti in principio la Costa Smeralda è stata quasi un principato autonomo dentro la Repubblica. Perché avvenne questo? La storia aiuta a capire. La Gallura era allora una provincia isolata, un’enclave dentro la Sardegna. Quasi deserta alla fine del Medioevo, aveva cominciato a ripopolarsi alla fine del 1500. La colonizzazione la fecero degli stranieri, i còrsi, che cominciarono a occupare le terre dei feudatari di Tempio, il cui dominio si estendeva verso le coste. Monti di Mola venne occupata dagli Orecchioni, dagli Azara. Presero quei terreni improduttivi, malsani, e ci realizzarono gli stazzi, ci piantarono vigne, orti, grano, e ci allevarono mucche e capre. Quelle terre furono privatizzate: le abbiamo curate noi, sono nostre. Tutti i galluresi hanno l’anima proprietaria, scrisse un socialista di Tempio a metà Ottocento. Per loro lo Stato era del resto qualcosa di incomprensibile. A che cosa serviva? A nulla. La loro vita andava avanti senza aiuti esterni. Tutto quello che era necessario per vivere, se lo producevano. Anche per questo, quando si presentarono i primi compratori stranieri su suggerimento di Miller, quelli di Monti di Mola non si fecero problemi. Vendettero, accumulando in un anno qualcosa come 2 miliardi di lire. Potevano chiedere di più i pastori di Monti di Mola, abituati a una vita dura ma dignitosa? Chi non si sarebbe comportato come loro? «Lo Stato dovrebbe darci un premio perché viviamo in questo posto, invece di farci pagare le tasse» sintetizzò un Azara alla Rai. Lo Stato chiedeva solo, non dava. C’era una sola opera pubblica in costruzione, la diga del Liscia. Il grosso dei finanziamenti pubblici era andato a Cagliari, a Sassari, le aree forti della Sardegna. Olbia era ancora una delle città più povere dell’isola: il porto parzialmente distrutto, l’aeroporto chiuso, la strada per Arzachena ancora sterrata. L’Aga Khan era visto come un’occasione unica per recuperare il ritardo rispetto al resto della Sardegna, come il vero autore della rinascita, scrisse la “Nuova Sardegna”. La politica entrò in campo. Un consigliere regionale di Arzachena, Giovanni Filigheddu, ebbe un ruolo di primo piano. Fu lui a volere la diga e fu lui a sostenere la decisione controcorrente del Comune di Olbia. Che disse di no all’installazione di una raffineria di petrolio nel suo golfo, e sì alla Costa Smeralda, nel gennaio del 1962. L’Aga Khan aveva il minimo necessario per avviare le sue opere. Furono aperti i cantieri del Cala di Volpe, del Pitrizza, e cominciarono a spuntare le ville, prima fra tutte quella della modella Bettina, l’ultima fiamma del padre di Karim. Poi arrivò la costruzione di Porto Cervo, nel 1964, anno dell’inaugurazione. Senza un piano urbanistico pubblico, a dettare le regole ci pensò quello privato del consorzio. Il comitato d’architettura, con Vietti, Couelle, Busiri Vici, stabiliva dove si poteva costruire, e come. Non sempre evitò le speculazioni, né fermò alcune brutture, ma comunque fece ciò che né la Costa Azzurra né la Costa del Sol né la riviera adriatica fecero: mise dei vincoli. Se non un modello, termine su cui la disputa è ancora aperta, la Costa Smeralda divenne un sistema. Dietro lo sviluppo delle ville, arrivò quello degli alberghi, e a ruota le infrastrutture, dalle strade all’acqua all’aeroporto di Olbia. L’Aga Khan costituì una serie di società per creare una nuova economia dal nulla, come l’Alisarda. La Gallura cambiò, la Sardegna anche. I figli dei pastori andarono a studiare, altri trovarono lavoro nel Consorzio, altri ancora si inventarono imprenditori turistici. Olbia e Arzachena esplosero demograficamente. La Costa Smeralda generò nuovi bisogni, accelerando quelli nati sull’onda del boom economico nazionale. Ma fermò in parte l’emigrazione dei sardi. L’occupazione divenne solida, ben retribuita, anche tutelata sindacalmente. Nuove professioni si affermarono. Quel sistema, nel bene e nel male, oltre 50 anni dopo è ancora vivo. La Costa Smeralda sarà anche un principato, ma non è una cattedrale nel deserto come sono diventate le industrie della chimica, quelle che la Gallura non ebbe e non volle avere.

18 aprile

L’Ilva ha vinto il precedente torneo ma, a causa della mancata omologazione del campo, non è stata ammessa alla Serie D ed è quindi chiamata a ripetersi. Allo Stadio Amsicora di Cagliari, davanti a un folto pubblico, per la 21a giornata va in scena l’importante scontro di vertice contro il Quartu, gara di fondamentale importanza. Per i maddalenini le cose si mettono subito in salita a seguito dell’espulsione di Domenico Comiti che già al 13’ è costretto a lasciare il campo e così l’allenatore Cenci retrocede Giovanni Scanu lasciandogli licenza di giocare a tutto campo; la squadra tiene ma alla fine del primo tempo incassa la rete. Nella ripresa poi, ristabilita la parità numerica per l’espulsione del quartese Pillosu, i bianco-celeste si producono in una reazione veemente. Scanu si distingue giocando con intensità sia in copertura che nella fase offensiva ed alla mezz’ora sfrutta un servizio di Juliucci e con un bolide sigla il gol che riequilibra il punteggio. Con questo pareggio l’Ilva prosegue quindi il proprio percorso da capolista che si concluderà con un’altra vittoria finale. Questi i tabelloni di quella partita: Ilvarsenal: D’Oriano; Vitiello, Comiti; Serra, Bruno Scanu, Pisano; Juliucci, Paoli, Filinesi, Giovanni Scanu, Capitoni. Quartu: Sulliotti, Cubeddu, Pillosu; Salis, Mulas, Loi; Cuccu, Sorrentino, Tusacciu, Varsi, Manca. Arbitro: Tuveri di Carbonia. Reti: primo tempo al 42’ Manca; nella ripresa al 30’ Scanu I. (G. Vigiano)

7 maggio

Antonio Segni è eletto presidente della Repubblica.

11 giugno

La ‘‘Gazzetta Ufficiale’’ pubblica la legge n. 588 sul Piano di Rinascita.

16 giugno

Varata la turbonave Città di Nuoro.

11 luglio

Il Consiglio regionale approva la legge regionale n. 7 sull’attuazione del Piano di Rinascita 40 voti a favore, 3 contrari, 23 astensioni (PLI e PSI).

14 luglio

Inaugurato il complesso turistico di Baia Sardinia.

7 settembre

Non si parlava più apertamente di due gruppi all’interno del gruppo consiliare D.C., anche se all’interno della sezione il dibattito tra le due correnti più forti era asprissimo. Tuttavia, nei momenti, diciamo, di rappresentanza lo spirito di appartenenza risaltava. Come ad esempio, nella circostanza dell’ elezione di Antonio Segni a Presidente della Repubblica. Il telegramma di congratulazioni inviato dal sindaco all’uomo politico che molto si era adoperato per l’Isola, nelle diverse vesti istituzionali sotto cui si era presentato e che da queste parti aveva raccolto sempre moltissimi consensi, fu accolto favorevolmente da tutti gli iscritti al partito. E anche da quei cittadini che assistevano al Consiglio Comunale. I quali, alla lettura del testo del telegramma da parte del sindaco Tramoni, applaudirono calorosamente.

7 ottobre

Grande vittoria esterna dell’Ilva sul campo di Santa Croce sull’Arno contro il Cuoiopelli, gara vinta per 2-1 grazie alla doppietta di Benito Filinesi. Per la cronaca quel giorno l’Ilva schiera D’Oriano; Vitiello Gino, Giovanni Scanu; Bruno Scanu, Comiti Domenico, Pisano Mario; Filinesi Benito, Paoli, Fabiani, Casciani, Petri Giannino.

14 ottobre

Ilvarsenal – Empoli 2-1. Domenico Comiti; Tognoni; Fabiani. L’Ilva era campione regionale avendo vinto il campionato precedente. Non fu ammessa alla Serie D perché il campo non supero’ il collaudo per l’accesso alla categoria superiore (forse i lavori che si vedono nella foto trovano questa motivazione). Questa squadra vinse anche il nuovo campionato riconquistando la promozione. Si può notare la formazione composta per 10/11 da soli maddalenini e questo era un connotato costante e distintivo, ora si direbbe un fattore di eccellenza locale. (G. Vigiano)

16 dicembre

Un vento fortissimo spazzò le isole dell’Arcipelago con raffiche che sfiorarono i 180 km orari. L’anno in cui l’Ilva era in IV serie, benché penalizzata di 5 punti. Si diceva che avesse comprato una partita l’anno precedente quando aveva vinto il campionato tra i dilettanti; il secondo vinto di seguito ma non ammessa per irregolarità del campo sportivo. Si giocava con la Nuova Cisterna, incontro che l’Ilva vinse con un goal di Paoli; un tiraccio scoccato da sotto la tribuna centrale che il vento portò verso il portiere, cambiando subito direzione ed il infilandosi al ‘sette’ tra i pali. Partita che poteva essere decisa solo dal vento. I giocatori spesso e volentieri si fermavano poiché il sabbione che ricopriva il Comunale picchiava così forte sulle gambe dei giocatori che dovevano fermarsi e chiudere gli occhi per non essere accecati. A volte l’arbitro fermava il gioco perché era impossibile battere una punizione o una rimessa da fermo. Nel secondo tempo il vento raggiunse il massimo e dal tetto del palazzo scolastico cominciò a cadere qualche tegola e dalle finestre delle aule i vasi di gerani finivano sulle tribune in campo. Gli spettatori naturalmente si spostarono molto sotto, quasi attaccati al muro per evitare i lanci, qualcuno abbandonò la partita non volendo rischiare la vita. Di fronte all’entrata del campo, dove c’era una fontanella e l’orto di Faiella, cadde un pezzo di muro su una macchina lì posteggiata procurando ammaccature varie e rottura dei vetri. Il traghetto “Maria Maddalena”, Calimero, al comando del quale c’era il comandante Salvatore Paturzo, aveva interrotto le corse delle 14:45 e delle 15:15 (era quella in coincidenza con il trenino Palau-Sassari che partiva alle 15:35 da Palau Marina) e con centinaia di persone che assistevano dalle banchine tentava ora di effettuare la corsa delle 17:30. Ce la fece con una manovra ardita e innovativa. Percorse il tragitto sotto costa puntando verso punta Tegge, poi invece di virare con prua verso Palau, si lasciò andare i fianco, con un’andatura detta a Mascone e riuscì a motori spenti ad arrivare in porto. Gli si riconobbe un grande coraggio ed una grande perizia. L’isolamento era finito. Il vento così com’era arrivato se ne andò. Rimase per tutti il riordo di una partita giocata impietosamente da tre squadre: il Nuova Cisterna, l’Ilva e il pubblico che aveva resistito eroicamente quel pomeriggio. L’Ilva, a causa della penalizzazione retrocedete in promozione, il campionato fu vinto dall’Empoli che salì in C. Aveva avuto due allenatori; Indro Cenci, toscano, che adottava il nascente Catenaccio con il libero e dal girone di ritorno Salvatore Zichina, grande giocatore, che adottava il WM o sistema con marcature a uomo. I cronisti erano Pasqualino Nieddu per la Nuova Sardegna e Pietro Favale per l’Unione Sarda.