14 ottobre 1767 – 23 febbraio 1793: due date fondamentali della moderna identità maddalenina

L’occasione di dovervi parlare dell’evento fondativo della nostra comunità isolana di 250 anni or sono, proprio il giorno di ricorrenza degli avvenimenti del 23 febbraio 1793 (quindi 225 anni or sono), mi ha convinto a proporvi un incrocio tra le due situazioni storiche non tanto per raccontare da una parte la dinamica della spedizione del 1767 e dall’altra i fatti d’arme contro i franco-corsi di 25 anni dopo. Mi interessa invece esporvi un’analisi storica intrecciata e ragionata su questi due momenti fondamentali che stanno all’origine della nostra breve storia moderna e hanno marcato la nostra identità comunitaria.

Vi propongo una combinazione tutta giocata sull’atteggiamento e il comportamento che i pastori prima e gli isolani dopo tennero nelle due circostanze. I pastori della Corsica sottana che nel 1767 le truppe sarde trovarono nelle isole, e gli isolani che nel 1793 affrontarono la difficile situazione di respingere il tentativo dei maggiorenti bonifacini di riprendere le isole sotto la loro egemonia.

Nella massa dei documenti cagliaritani, torinesi e anche parigini in cui è scritta la nostra storia moderna, sino alla spedizione di presa di possesso delle Intermedie e per ancora qualche anno dopo i residenti alla Maddalena e Caprera erano indicati esclusivamente quali pastori. Man mano che la popolazione originaria si allargava con i sopraggiunti, la stessa veniva indicata indifferentemente come pastori o isolani. Ma quando la nuova comunità contò la prevalenza di sopraggiunti e l’attività pastorale divenne residuale l’indicazione di pastori venne a cadere del tutto e invalse l’indicazione esclusiva di isolani. Il passaggio lessicale da pastori a isolani rappresenta in estrema sintesi il processo accelerato che in 25 anni ha trasformato la popolazione originaria delle isole Intermedie in altra e diversa comunità, che ha mantenuto i suoi connotati culturali, sociali ed economici quasi sino ai nostri giorni, pur con le necessarie evoluzioni interne.

Dopo questo inciso per giustificare l’uso dei termini pastori e/o isolani, ripartiamo da questi ultimi per esaminare il loro atteggiamento e comportamento in occasione dei fatti del 1793. Questi non accaddero all’improvviso, ed ebbero una lunga incubazione in cui maturò l’orientamento degli isolani che conosciamo attraverso la corrispondenza con la corte vicereale di Cagliari già dal 1790. Il viceré Thaon di S. Andrea era venuto a sapere che i bonifacini avevano riproposto agli organismi rivoluzionari francesi un’azione anche militare per il recupero dell’arcipelago. Preoccupato dell’eventualità inviò da Sassari un grosso distaccamento che oltre a presidiare le isole, nello stesso anno costruì ai Tozzi il forte di S. Andrea e ristrutturò le vecchie strutture presso la chiesa della Trinita. Lo stesso viceré, a proposito dei maddalenini, rassicurava la corte torinese scrivendo testualmente che: “Per parte degli isolani ancorché sia quella popolazione composta in buona parte di famiglie corse, ben lungi di temere che possano essere disposti a favorire i tentativi de’ bonifacini, ho all’opposto motivo di credere che darebbero, occorrendo il caso, non dubbie testimonianze di attaccamento al governo, cui sono affezionatissimi”.

Questo giudizio non era condiviso dai comandanti del distaccamento che stando in loco espressero pareri e informazioni contrarie. Il barone Cachiardi relazionò al viceré che in caso di allarme i civili utili non potevano essere che una cinquantina che: “si batteranno volentieri contro i turchi – scriveva – ma se si trattasse di combattere contro i cristiani essi non amerebbero spandere il sangue del loro vicino. Questa proposizione è loro sfuggita su ciò che si è divulgato nell’isola, e cioè che i preparativi che si fanno sono contro i genovesi [i bonifacini] che progettano – per ciò che si dice – di venire a prenderli, ma ciò che mi sembra molto positivo è che essi non si batteranno contro i corsi non ostante che essi siano affezionati al nostro governo”.

Il maggiore De Castelberg, che succedette nel comando del distaccamento, intervenne anch’egli sulla questione negli stessi termini: “Sondando il modo di pensare di questa popolazione ho potuto convincermi che se si tratta di battersi contro i tunisini ci si potrà attendere da loro un buon aiuto, ma contro i cristiani e forse loro vicini e parenti c’è poco da sperare”.

Con questo problema si visse la lunga vigilia dell’attacco franco-corso, con un continuo monitoraggio su ciò che accadeva in Corsica e in particolare a Bonifacio, e quando nell’autunno-inverno del 1792/93 la situazione sembrò precipitare l’urgenza del problema si ripropose nelle parole del comandante Riccio. Questi preoccupato delle scarse risorse umane disponibili, scriveva al viceré il 12 ottobre: “in queste circostanze poco vi è da fidarsi delli isolani, essendo tutti apparentati in Corsica e della medesima nazione. Se fosse per andare contro i barbareschi potrei compromettermi di loro in tutte le occasioni, ma contro i loro parenti e patriotti non lo fanno. E io credo che sarebbero in quell’occasione i primi nostri nemici”.

Il viceré affrontò la questione dell’affidabilità dei maddalenini con intelligente pragmatismo, incrementando i benefici alla popolazione. Iniziò con la remunerazione di turni di servizio di guardia diurno e notturno fatto nei “punti di scoperta”; ma la vera provvidenza fu l’esonero dal pagamento dei 5 reali per l’importazione della carne: “per animare la fedeltà e coraggio di codesti isolani”.

La situazione si sbloccò ai primi di novembre in occasione di una sorta di assemblea riunita in casa del comandante Riccio per la provvista del grano. La circostanza fu utile per porre la questione su come gli isolani intendessero agire in caso di attacco franco-corso. Ne relazionò il comandante di mare De Costantin: “Mi hanno provata la più viva penetrazione di riconoscenza verso V. E., – scrisse al viceré in data 8 novembre – e le loro dimostrazioni come altresì la determinazione di voler disfarsi della famiglia facendola passare in Sardegna, mi fanno credere che non cederanno all’attaccamento e prove date per il regio servizio in più occasioni, e che in queste contingenze sapranno sacrificarsi per la difesa della patria e per l’onore del sovrano, come mi hanno promesso”.

Non furono certo i benefici appena avuti a far cambiare l’atteggiamento dei maddalenini, che però giocarono un po’ sull’equivoco per ottenerli. Gli isolani incamerati questi benefici dovettero considerare più oggettivamente la situazione complessiva in cui si trovava la loro comunità. Gli uomini più validi erano al servizio del re sardo, tanti altri navigavano in legni mercantili sotto la bandiera sarda, la qualità della loro vita era determinata dalle relazioni con il resto della Gallura e della Sardegna. I più anziani dei nativi che provenivano dall’esperienza della subalternità ai mercanti bonifacini, e gli altri sopraggiunti che lasciarono le precedenti condizioni insoddisfacenti, e comunque tutti quelli che avevano beneficiato della forte crescita demografica ed economica dell’isola, non potevano pensare che il futuro dovesse essere un ritorno al passato, con la perdita di quanto avevano sino ad allora ottenuto. Tanto più che, nonostante i timori, nessuno fu conquistato dalle idee rivoluzionarie che avessero potuto mettere in secondo piano il loro interesse al mantenimento dello stato di benessere acquisito sotto la bandiera sarda a favore degli ideali francesi.

Per quel che riguarda gli avvenimenti di 250 anni or sono, sull’atteggiamento tenuto dai pastori maddalenini e caprerini la nostra memoria rimanda alla frase che il comandante De Roquette nella sua relazione attribuisce loro: “VIVA CHI VINCE”. Nessuna altra relazione sulla circostanza riporta questa espressione, che risulta inadeguata a rappresentare sia la situazione oggettiva nella sua dinamica dei fatti, sia l’atteggiamento dei pastori che l’avrebbero pronunciata. La presa di possesso da parte delle armi sarde avvenne senza alcuna resistenza sia da parte dei pastori che da parte corsa-genovese. Non ci fu alcun contrasto alla operazione sarda, tantomeno armato, per cui risulta incongruo parlare di vincitori e vinti, e l’atteggiamento dei pastori fu quello di attesa di una soluzione concordata con le autorità sarde. Un tale orientamento di adesione al progetto del ministro torinese Bogino s’era formato da ultimo a partire dalla primavera/estate precedente in una stagione di intrighi e spionaggio sia da parte sarda che bonifacina.

Il viceré Des Hayes inviò il comandante del regio pinco, il vassallo Di Brondel, e il comandante del filucone de Nobili a sondare i pastori, ma anche per orientarli ad accettare la sovranità sarda. Le relazioni al viceré raccontano che già nel marzo i pastori presentarono una loro riserva per timore della reazione dei mercanti bonifacini: ”se noi ci ricoveriamo sotto la protezione di S. M. il re di Sardegna potrebbero li suddetti sequestrarci li nostri effetti che possediamo in Bonifacio”. Ma contemporaneamente proposero loro stessi la soluzione. “..se la M. S. si degnasse di mandare un piccol distaccamento di soldati per prendere possesso, noi altri non avressimo veruna difficoltà di sottometterci alla sua obbedienza come anche di riconoscerlo per legittimo nostro sovrano”. Tale orientamento fu confermato in successivi incontri, permanendo però il loro netto rifiuto alle insistenti pretese di Brondel a sottoscrivere anche con la croce una formale richiesta al re sardo di intervenire, pur ritenendo che nella nuova situazione avrebbero migliorato le loro condizioni di vita.

Non conosciamo la dinamica interna che si sviluppò nel gruppo maddalenino e caprerino sull’ipotesi di accettazione del dominio sardo. Non conosciamo i ragionamenti che la giustificarono, non sappiamo neppure se si manifestarono dissensi e ne ignoriamo le eventuali argomentazioni. Visto però come andarono le cose, certamente la stragrande maggioranza dovette aderire, ma non mancarono evidentemente dei delatori che misero in allarme Bonifacio su quanto stava accadendo.

Da parte loro i maggiorenti bonifacini reagirono attivando il commissario genovese che a sua volta inviò il cancelliere Scotto a tentare di rafforzare nei pastori il senso di appartenenza al dominio della Serenissima. Scotto ebbe lunghi soggiorni nelle isole e in alcune occasioni tra fine marzo e maggio fece trasferire a Bonifacio i pastori più autorevoli per averne delle deposizioni giurate da rendere formalmente nella curia bonifacina. Queste dichiarazioni risultano speculari e opposte a quanto relazionato dai comandanti sardi al viceré, ma naturalmente senza la disponibilità ad accettare la giurisdizione sarda. Al contrario si leggono denunce di pressioni per richiederla e proclamazioni enfatiche di fedeltà a Genova. Matteo Culiolo raccontò l’incontro dei 40 capifamiglia con Brondel affermando che i pastori avevano contraddetto le pretese del comandante sardo sul dominio del re su quelle isole e sui suoi abitanti. “io e tutti gli altri – verbalizzò Matteo – abbiamo risposto che il terreno apparteneva al nostro Serenissimo principe da molti secoli, e che non riconoscevamo nient’altro che la Serenissima repubblica di Genova, per la quale saremmo morti mille volte piuttosto che riconoscerci sudditi di un altro”. Stessa testimonianza resero Pietro Millelire, Francesco Ornano, Domenico Mariano e Giò Andrea Ornano. Successivamente Marco Maria Zicavese raccontò anche l’operazione di rilevazione dei presenti nelle isole fatta da Brondel e ripeté i sensi della fedeltà a Genova di tutti i pastori. Scotto si ritirò dalle isole pochi giorni prima dell’arrivo delle truppe sarde lasciando un documento di protesta e una bandiera della repubblica Sarenissima. Del drappo non si seppe più nulla, il documento invece fu consegnato a De Roquette dai caprerini, dando soddisfazione alla parte bonifacina, che però ricevette dai pastori una relazione maliziosamente distorta dell’operazione di occupazione sarda. Si tratta di un testo singolarissimo che sembra scritto apposta per consacrare il patto a suo tempo concluso col viceré cagliaritano di adesione al nuovo dominio sardo “subendo” (tra virgolette) la violenza dell’attacco militare.

Matteo Culiolo, Domenico Moriano, Giovan Batista Zicavo, Pietro Millelire, Giovanni Andrea Ornano, Silvestro Panzano e Pietro Culiolo “a nome di tutti li abitanti delle isole della Maddalena e Caprera della nostra Serenissima Repubblica” dichiararono di essere stati assaltati nel pieno della notte da 300 soldati, di non aver potuto dare l’allarme a Bonifacio per aver avuto requisite le loro imbarcazioni, di aver proclamato le isole di appartenenza a Genova e di aver perciò ricevuto minacce alla loro vita, concludendo. “noi semo pronti semo fedeli sempre al nostro Prencipe tutti l’ora che ci comanda sempre viva il nostro Prencipe fino all’ultima stilla di sangue”. Intendendo per prencipe quello genovese. Come noto non fu versata alcuna goccia di sangue, e la controprova definitiva della scelta dei pastori a favore della sovranità sarda venne dalla constatazione che gli abitatori delle isole di prima dell’occupazione sarda non le abbandonò rientrando in Corsica, ma vi si consolidò.

I nostri pastori non erano in grado di elaborare ragionamenti giuridici e istituzionali. Per essi l’operazione di un corpo militare che si insediava nei territori sino ad allora utilizzati in piena libertà, era da considerarsi sul piano esclusivo del tornaconto. Giacché non potevano pensare di contrapporvisi, dovevano predisporsi ad accettarlo, ricercando il massimo utile possibile, o altrimenti ad abbandonare le isole. Anche un gruppo geograficamente e socialmente marginale come il loro non poteva non rendersi conto, per le frequentazioni che aveva con Bonifacio, che in Corsica si stava esaurendo la forza del dominio genovese, e che la Francia sarebbe subentrata. Tale prospettiva non parve convincente e conveniente ai nostri pastori, che da questa eventualità pensavano di non ricavarne niente di più.

Dalle pressioni di parte sarda e dalle contromosse bonifacine essi si trovarono impegnati in un’alternativa radicale su dove stare e con chi stare. Ma niente di dottrinale, per cui la ragione più profonda della scelta che quei pastori operarono è da ricercarsi, alla grossa, nella convenienza che valutarono tra l’impossibile mantenimento della situazione in cui stavano e la possibilità di una riconversione della loro situazione economica e patrimoniale. Più in generale, per le prospettive che il nuovo, piuttosto che il ritorno in Corsica, poteva favorire per la crescita delle condizioni di vita delle loro famiglie. Essi scelsero superando la temuta pressione dei mercanti bonifacini, che avevano interesse a tenere le isole indipendenti per il loro tornaconto. E non dovette essere secondario, per la opzione a favore della Sardegna, proprio il motivo della liberazione dallo stato di dipendenza da quelli. La condizione esistente, conosciuta e probabilmente non particolarmente gradita, parve meno accettabile di quella futura ipotizzabile, che si sarebbe instaurata nei confronti del comando del distaccamento sardo e quindi con il governo vicereale sardo.

Si avviò così nelle nostre isole una storia singolare e intensa, originale nel contesto gallurese e sardo, ricca di eventi e personaggi che ebbe nei due momenti che oggi abbiamo ricordato la formazione della propria identità storica, culturale e sociale.

Salvatore Sanna – Co.Ri.S.Ma – 2017