Berretta: i “Sovrani di Spargi”

Casa Berretta oggi

Diceva Emilio Lussu che la Sardegna è una nazione mancata perché non ha avuto una storia: aveva certamente torto perché la Sardegna una sua storia l’ha avuta, ma nessuno c’è l’ha mai raccontata. Se si scorre tutta la produzione editoriale sulle vicende isolane si vede subito dagli stessi titoli dei libri che in effetti esistono tante storie della Sardegna, ma che non è mai stata scritta la storia dei sardi: la “Sardegna fenicia”, la “Sardegna punica”, la “Sardegna romana”, la “Sardegna aragonese”, la “Sardegna spagnola’, la “Sardegna sabauda” ed ora si scrive della Sardegna italiana. In pratica si è sempre fatta la storia di coloro che sono venuti da fuori a dominare l’isola, ma mai una storia dei sardi. Come se la Sardegna non avesse mai avuto una storia propria o se i sardi non avessero mai fatto la loro storia ma avessero subito sempre la storia degli altri.
Delle uniche civiltà sarde veramente autoctone, quella nuragica e quella dei giudicati, di fatto sappiamo ben poco. Delia prima perché i nuragici non conoscevano la scrittura e perché gli scarsi contatti con altre genti non ci hanno consentito di avere informazioni da fonti esterne; della seconda perché le fonti sono andate disperse e quel poco che ci è stato tramandato risale, periodo tardo-giudicale quando erano sopravvenute le parentele e le alleanze con le grandi famiglie continentali e di autoctono ben poco era rimasto.

La Maddalena, sebbene abbia poco più di due secoli vita, corre lo stesso rischio. Anche per la nostra isola, infatti, gli storici hanno battuto il chiodo sui grandi personaggi che hanno avuto la ventura di calcare questi scogli, da Napoleone a Nelson, da Garibaldi a Mussolini, ma anche a noi la storia dei maddalenini nessuno ce l’ha mai raccontata se non limitatamente a quei pochi personaggi immortalati da un fuggevole momento di gloria. Lo stesso Domenico Millelire, sul quale sono corsi fiumi di inchiostro solo perché si trovò inconsapevolmente nella circostanza di avere come suo antagonista un giovane luogotenente di artiglieria che allora si chiamava Napoleone Buonaparte (1), u tutto sommato l’eroe di un momento. Dopo l’episodio del 1793 non ebbe più occasione di mettersi in mostra e pur avendo preso parte alla famosa azione contro i pirati barbareschi del gennaio 1794 per la quale furono conferite la medaglia d’oro a Cesare Zonza e quelle d’argento a Tomaso Zonza (La Fedeltà) e al timoniere La Speranza, non gli si presentò l’opportunità di compiere atti particolarmente eroici e per la partecipazione a quell’impresa fu semplicemente ricompensato con la gratifica di due mesi di paga. Percorse poi tutte le tappe di un’onorata carriera militare fino a divenire comandante del porto di La Maddalena dopo la morte del fratello Agostino che aveva occupato quella carica per circa vent’anni. La sua figura, però, è assurta a notorietà solo perché fu sempre politicamente strumentalizzata ogni volta che era necessario rispolverarla allorquando nel clima politico italiano ed europeo spiravano venti antifrancesi.
La più bella figura di maddalenino, l’unica che abbia meritato un’opera monografica, fu certamente quella del Maggior Leggero, un personaggio il cui eroismo non è mai emerso a pieno poiché avendo vissuto all’ombra di Garibaldi la sua gloria è stata sempre offuscata dalla gande luce dell’Eroe per antonomasia.

In effetti c’è da dire che anche a La Maddalena, come per la Sardegna, c’è sempre stato una sona di dannatio memoriae, una innata tendenza a celare e poi a dimenticare le proprie origini perché ritenute modeste, ingloriose e talvolta anche disdicevoli.
Chi furono infatti gli antenati dei maddalenini? Pastori corsi e galluresi, contrabbandieri, trafficanti, avventurieri, miseri pescatori ponzesi o napoletani, carbonai dell’appennino toscano, scalpellini e forzati graziati. Numerosi poi gli émigrée corsi, i giacobini sardi e i fuorusciti politici mandati al confino e spesso rimasti nell’isola dopo essersi accasati, di solito con una vedova di marina che non sposarono mai per non farle venir meno la pensione, con la conseguente proliferazione di una lunga sequela di figli illegittimi che in altri tempi, per non creare scandalo, venivano battezzati nottetempo. Uomini di frontiera, dunque, spesso adusi all’espediente quotidiano per sbarcare il lunario, dai quali, però, sono venute fuori le Dinasty dei maggiorenti isolani, qualcuno dei quali ostenta oggi inesistenti lignaggi o fantasiosi blasoni mentre invece dovrebbe trar vanto dai propri progenitori cosi come ne traggono vanto le Dinasty americane i cui antenati, anche loro uomini di frontiera, sono divenuti grandi facendosi largo sparando all’impazzata con le loro coli o i loro winchester, rubando mandrie di bestiame o dando fuoco ai pascoli dei vicini.

Oggi però l’esigenza di conoscere le proprie effettive origini comincia ad essere sentita; Salvatore Sanna, la cui opera di ricercatore non sarà mai abbastanza lodata, in apertura del ciclo di conferenze tenute nell`estate e nell’autunno del 1994 ad iniziativa dell’assessore alla cultura Tony Frau ha auspicato una monografia su Agostino Millelire, un personaggio di tutto rispetto che si barcamenò egregiamente in uno dei periodi più difficili della storia della Sardegna e di La Maddalena e che partito dal nulla portò la sua famiglia nel Gotha dei grandi.
Un altro segnale palese ci è poi venuto dalla conferenza della professoressa Giovanna Sotgiu che trattando il complesso problema della divisione delle terre ha tracciato, sia pure a grandi linee, la figura di Giuseppe Bertoleoni che fu poi il capostipite della fantasiosa dinastia dei re di Tavolara.

Ed infine, nei primi sei numeri del Corriere delle Bocche è stata pubblicata a puntate la storia della famiglia Valle-Chinelli che, seppur raccontata sulla base di ricordi tramandati oralmente e senza riferimenti documentali, è stata abilmente romanzata da uno dei discendenti.
Si tratta di personaggi che, se anziché essere vissuti a La Maddalena fossero vissuti oltreoceano, oggi li vedremmo certamente protagonisti di grandi saghe come quelle della letteratura americana, trafuse poi negli interminabili serial televisivi. E’ sono certamente notevoli le vicende delle grandi famiglie come quelle dei Susini, Millelire, Zicavo, Zonza, Ornano e anche di altre oggi scomparse come i Quenza, i Fienga, i Belledonne, i Buzzo, gli Olivetti, i Zenoglio e tante altre.

E’ un vero peccato che La Maddalena, che tanto potrebbe dare al mondo della letteratura, non abbia mai avuto un grande scrittore. I fatti da narrare sono veramente tanti e ne ha dato a suo tempo ampia prova Franco Solinas facendo rivivere sul grande schermo le vicende di Squarciò. La prematura scomparsa di questo grande sceneggiatore ha lasciato il rammarico di non poter sapere cosa ci avrebbe ancora raccontato su altri personaggi maddalenini.
Ma volendo anche noi raccontare qualcosa su una famiglia isolana, per le copiose tracce documentali che di loro hanno lasciato, specialmente connesse a vicende giudiziarie, la nostra attenzione si è concentrata sui personaggi di Dono Berretta e del figlio Natale la cui storia val la pena di essere raccontata con la speranza di stimolare ulteriori ricerche su questa e su altre famiglie che ebbero notevole incidenza sulla vita isolana. (2)

Dono era arrivato a La Maddalena sul finire del “’700 dalla vicina Corsica. Era figlio di Natale e di Maria Caterina Nicoli entrambi del villaggio di Livia; padrone marittimo, comandante e proprietario di un piccolo bastimento, intratteneva commerci (ovviamente non sempre leciti) fra La Maddalena, la Gallura e la Corsica. Si stabili definitivamente a La Maddalena e il 13 febbraio 1797 sposò la conterranea Caterina Zicavo Tramoni. Al suo seguito era venuto il fratello Filippo, rimasto scapolo, il quale in tarda età, come poi vedremo, fu abbandonato da Dono e accolto dal nipote Natale che lo terrà con sé fino alla fine dei suoi giorni.
Il carattere di Dono, il quale, sebbene già abitante a La Maddalena da tanti anni mantenne sempre la cittadinanza francese, non era certo dei più facili e non mancarono con lui le occasioni di scontro.

I suoi traffici di commercio si svolsero in massima parte negli anni in cui era presente nell’arcipelago la squadra inglese dell’ammiraglio Nelson (3) e, successivamente, negli anni in cui l’isola fu attanagliata dal blocco continentale attuato da Napoleone dal 1805 ed esteso alla Sardegna nel 1808. Un periodo difficile in cui, malgrado il regime di neutralità assunto dal regno sardo non consentisse disparità di trattamento nei riguardi delle navi appartenenti alle potenze belligeranti e a quelle corsare al loro servizio, era evidente che gli inglesi erano palesemente favoriti.

La Maddalena, per la sua posizione frontaliera, per la presenza nelle sue acque della squadra inglese e per la costante frequenza di navi di tutte le nazionalità, era divenuta in quegli anni un osservatorio privilegiato nel quale operavano tutte le intelligence delle nazioni in guerra e di quelle che avevano interesse a seguire le sorti delle guerre napoleoniche. Circolavano nell’isola celate figure alle quali nulla sfuggiva e ogni notizia portata dalle navi in arrivo, specialmente quelle provenienti dalla Corsica, veniva immediatamente trasmessa a Cagliari e vagliata dalla corte viceregia.

L’attività di Dono, che andava e veniva dalla Corsica con il suo bastimento (4), senza mai riportare alcuna indiscrezione su ciò che accadeva oltre le Bocche (neppure le false notizie che spesso i francesi facevano malamente trapelare), veniva guardata con sospetto ed ogni suo movimento era strettamente controllato, soprattutto dal comandante dell’isola Agostino Millelire e dal comandante del presidio dei cacciatori esteri ai quali ultimi, oltre al mantenimento dell’ordine pubblico, era demandato il compito di prestare la guardia alle navi in osservazione o in quarantena.

Negli ultimi giorni di gennaio del 1804, mentre Dono, giunto dalla costa sarda, era intento a scaricare della legna da ardere proveniente dalla Gallura fu affrontato con fare imperioso dal tenente del cacciatori esteri Pegnier il quale aveva avuto da ridire sulla regolarità del carico. Il carattere baldanzoso del Pegnier e quello irruento di Dono non potevano non sfociare in una animata discussione. La cosa si aggravò quando Dono, il quale aveva osato rivolgere la parola a un ufficiale piemontese a capo coperto, si vide strappare il berretto dal Pegnier che lo aveva anche redarguito dicendogli che egli aveva offeso un ufficiale del re. Dono, forte e orgoglioso della sua nazionalità francese, aveva subito ribattuto dicendogli seccamente “se tu sei un ufficiale del re io sono un ufficiale della Repubblica”. Richiamato dallo strepito dei due contendenti, era prontamente accorso Agostino Millelire il quale aveva ordinato l’immediato arresto di Dono sebbene questi, intuito che le cose si mettevano male, avesse trovato rifugio sulla sua imbarcazione protetta dalla bandiera francese. Intervenuto il commissario commerciale Paolo Martinetti (5), che aveva anche le funzioni di vice console della Repubblica, dopo una concitata riunione in casa di Agostino Millelire, fu decisa la scarcerazione di Dono dalle segrete del forte Sant’Andrea ove era stato rinchiuso.

Il Berretta tuttavia, non pago del tiepido intervento del viceconsole Martinetti che si era limitato a farlo scarcerare senza dargli soddisfazione, non appena libero non mancò di informare il suo governo in Bastia mettendo in particolare rilievo il fatto che l’arresto era stato eseguito sulla sua imbarcazione e che, pertanto, era stata violata la territorialità rancese. Ne scaturì un incidente diplomatico: della cosa furono informati il rappresentante francese presso la Corte del sovrano a Roma e il commissario generale della Repubblica a Cagliari, Ornano, il quale presentò una formale protesta al viceré con palesi minacce di ritorsioni. Il Millelire però, non aveva mancato di informare la corte cagliaritana su quanto era avvenuto ponendo in rilievo che l’arresto era stato praticato con il pieno assenso del viceconsole Martinetti il quale era personalmente intervenuto avallando la cattura del

Berretta.

L’episodio, apparentemente un banale alterco, dato il delicato momento politico, assumeva particolare gravità: non si trattava di una semplice bega fra due anonimi personaggi quali in Berretta e il Pegnier, ma di una vera e propria violazione della territorialità francese da parte di un ufficiale di una nazione estera che aveva eseguito un arresto su una nave battente il tricolore repubblicano. Erano gli anni in cui la Francia, in guerra con l’Inghilterra dopo la rottura della pace di Amiens, aveva invaso Nizza, la Savoia e le province piemontesi costringendo la Corte sabauda all’esilio nell’isola. Il re aveva dichiarato la perfetta neutralità della Sardegna fra le due potenze belligeranti ed i loro alleati e non si poteva dunque offrire ai francesi (i quali non aspettavano altro) l’occasione per denunciare la violazione della proclamata neutralità e aver così via libera all’invasione dell’isola alla quale non avevano mai rinunciato dopo il fallimento della spedizione del 1793. A fronte di un banale e insignificante episodio c’era il tanto per creare un “casus belli” e ben sappiamo, come insegna la storia, che talora grandi confitti del passato sono scoppiati per molto meno.

Al momento della presentazione della protesta diplomatica, sebbene già dettagliatamente informato del fatto, la “corte cagliaritana” con una nota del 5 febbraio 1804, ne chiese conto al Millelire:
“Abbenché persuaso – scriveva il segretario di stato De Quesada – che I ‘arresto di Dono Barretta che insultò con parole l’ufficiale Pignier sia seguito a bordo della gondola mercantile francese con l’intelligenza del vice commissario per le relazioni commerciali, come V.S. riscontra con suo foglio del 27 gennaio, SA.R. vuole che questa intelligenza venga autenticata con pezza ostensibile, quale potrebbe essere l’attestazione in iscritto dell’istesso vice commissario, oppure un certificato sottoscritto da lei e dalle persone che si saranno trovate presenti comprovante l’adesione del vice commissario alla di lei richiesta.

Vi è premura di avere questa pezza al più presto, e perciò la presente le verrà consegnata per espresso, per mezzo del quale me la farà capitare dirigendola a Tempio o a Sassari come meglio verrà per farla passare per via dell’immediato corriere ordinario”.
L’apprensione della corte cagliaritana, che come vediamo invia la missiva con un corriere espresso, appare evidente; ma ottenere una dichiarazione giustificativa da parte del commissario francese, stante i rapporti di tensione recentemente venutisi a creare col Millelire, era cosa abbastanza problematica. Fra i due con correva buon sangue; appena un mese prima, infatti, Agostino aveva cercato di far arrestare il figlio del Martinetti, Filippo, perché sospetto di avere istigato Domenico Landi, assunto quale domestico dal commissario della squadra inglese Brugnier, a commettere un furto in danno del suo padrone favorendone poi la fuga in Gallura. L’arresto non era stato poi eseguito perché Filippo Martinetti si era rifugiato nella casa del padre coperta dall’extraterritorialità diplomatica.

All’arrivo del corriere, che, sebbene espresso, giunse a La Maddalena nella tarda serata del 20 febbraio, l’attività di Agostino fu frenetica; seriamente preoccupato degli imprevedibili sviluppi che la cosa aveva preso, riunì immediatamente una sorta di “gabinetto di crisi” e non solo passò lui una notte insonne, ma la fece passare anche altri.
Il mattino successivo, difatti, scriveva; “Iersera soltanto mi pervenne per espresso il veneratissimo foglio di V.E. del 6 andante mese e questa mattina sono in grado di accluderle cinque pezze che in esso foglio si degna dimandarmi a riguardo di Dono Berretta.
Il vice commissario francese dopo i passi di qualche poco onesta persona, che asserisce di aver agito in di lui odio sul particolare di Dono Berretta, dice non doversi far più cosa doveva in coscienza ed essere dovere. Ed io ardisco metter in vista al governo che se si dà’ anza a’ malviventi d’esser salvi sulle bandiere mercantili che trovasi nel porto v’è molto da temere che ne possino nascere dei frequenti disordini. Ben nota sarà al governo la condotta di Don Berretto, e posso accertare il medesimo governo d’aver io osservato ne’ miei antecessori che in tempo del re di Francia qui venivano arrestati i delinquenti su bastimenti mercantili di bandiera francese. Onde spero che le provvidenze del nostro saggio governo saranno lasciate in maniera a non dar maggior campo ai disordini per parte de’ malintenzionati soggetti”.
Alla risposta di Agostino erano allegate cinque lunghe relazioni, tutte ben addomesticate e datate 20 febbraio, la cui stesura, ammesso che il corriere “espresso” sia veramente giunto da Cagliari dopo due settimane, richiese certamente l’intera notte.

La prima attestazione fu rilasciata dal bailo Garzia; la seconda del medico Giò Antonio Boino: la terza dal soldato Domenico Rivagan e dal sergente Lagranata; la quarta dall’immancabile vice console inglese Giovanni Brandi (che il giorno del fatto si trovava “casualmente” in casa Millelire), autenticata dal notaio Salvatore Sini; la quinta, infine, fu sottoscritta dal sergente Lagranata e dal soldato Compostino e siglata con segni di croce dall’appuntato Geroli e dai soldati Albericco e Fenoglio. Le firme e le croci di questi ultimi vennero autenticate dal bailo Garzia il quale aggiunse: “Certifico io infrascritto regio Bailo di La Maddalena e sue dipendenze che le firme e le croci sono delle persone che hanno sottoscritto.

Certifico inoltre essere a mia cognizione che le differenze relativamente all’insulto fatto da Dono Berretta al signor ufficiale Pegnier, verso la fine di gennaio scorso, furono terminate bonariamente con il vice commissario delle relazioni commerciali della repubblica francese in casa di questo comandante Millelire, in presenza del signor avvocato Brandi, del notaio Sini e del signor Pegnier, e questo col detto commissario andò al forte di Sant’ Andrea per far scarcerare il Berretta e tutto fu ultimato di perfetta intelligenza ed amicizia”.

Sebbene da tutte le pezze predisposte da Agostino appaia chiaramente che l’arresto di Dono fu operato con l’intelligenza dell’agente francese, appare inverosimile che questi dopo essere intervenuto con tanta prontezza per far arrestare il suo connazionale si sia poi altrettanto prontamente e fermamente prodigato per farlo rimettere immediatamente in libertà tanto che il Berretta venne scarcerato appena un’ora dopo. La corte cagliaritana, sulle base delle informative fornite da Agostino, ebbe comunque buon gioco e l’incidente diplomatico si risolse. Ma Dono, il cui carattere irruento non fece certo mancare le occasioni, fu sempre tenuto sotto tiro e perseguito ad ogni minimo fallo.
Nel mese di maggio, infatti, Dono Berretta e Gennaro Volpe, dopo essere usciti in mare nottetempo con le loro gondole, furono colti il mattino successivo mentre rientravano con un carico di grano evidentemente trasbordato da una nave corsara avvicinatasi alla costa o che, ancorata in rada, stava scontando la contumacia. Il grano fu sequestrato e i due bastimenti bloccati in porto in attesa delle determinazioni viceregie.

E poiché operazioni del genere avvenivano sempre più di frequente, di concerto con il comandante Des Geneys, il Millelire volle porvi un freno emettendo un bando che vietava a tutte le imbarcazioni di lasciare il porto durante la notte.
Stavolta, però, ad Agostino gliela fecero pagare. L’11 maggio 1804, nell’inviare a Cagliari le istanze per il dissequestro del grano avanzate da Dono e dal Volpe, comunicava:
“Inteso col signor barone Des Geneys affine di impedire i disordini o sia comunicazione con i bastimenti in osservazione avevo messo un affisso al pubblico comandando che pendente la notte tutte le gondole, schiffi e scialuppe dovessero tenersi dai proprietari nel porto di questa popolazione.

Ciò non piacendo a quei ch’erano malintenzionati, la notte seguente fu stracciato l’affisso, e quindi al numero di tre persone sono passate in un mio orto ed hanno per intiero sradicato tutte le piante con aver gettato a terra undici alberi fruttiferi, come forse meglio verrà informato dal sullodato signor barone.
Lascio riflettere il dispiacere che ciò mi ha dato non per il danno ma per lo scandalo ed affronto a chi cerca con coscienza, onoratezza e giustizia di disimpegnarsi negli obblighi del suo impiego”.

La corte cagliaritana approvò a pieno le iniziative intraprese e il 19 maggio successivo esprimeva al Des Geneys il suo assenso rammaricandosi nel contempo per le ritorsioni subite dallo sconfortato Agostino:
“Mi restringerò intanto ad indicarle – scriveva De Quesada – che li ordini dati per impedire in tempo di notte la comunicazione delle gondole ed altri bastimenti esistenti in codesto porto colli corsali e colle loro prede, hanno incontrato il gradimento di S.A.R. la quale non dubita della di lei vigilanza per farli esattamente osservare. Perciò è riuscito tanto più spiacevole il riscontro dell’insolenza praticata nell’orto del signor comandante Millelire ed esigendo questo insulto, come ella viene di accennare, il maggior interessamento per essere severamente punito, ho scritto al bailo per formarne processo. Sarà opportuno che tanto V.S. che il signor Millelire dimostrino particolare impegno per scoprirne gli autori, e si compiacciano di somministrare al bailo tutte le tracce che potranno aversene per la formazione del processo”.

Sebbene fosse fin troppo chiaro che nella ritorsione patita da Agostino c’era lo zampino di Dono, se non quale esecutore materiale certamente come istigatore, gli autori di quel danneggiamento rimasero ignoti. Ma ancora una volta il Berretta non fu perso di vista: venne nuovamente arrestato nel mese di ottobre ed anche stavolta Cagliari condivise l’operato di Agostino:
“Si riconosce opportuno il castigo con cui ha punito l’insolenza di Dono Berretta praticata verso di un ragazzo, ed è sempre bene che vegliandosi a contenere i piccoli eccessi si prevengono i più grandi disordini”.

Di Dono non sentiremo parlare per molti anni; l’età avanzata lo aveva costretto ad abbandonare l’attività marinara ed a dedicarsi all’agricoltura in un fondo da lui acquistato in località Puntiglione, e alla pastorizia in alcuni terreni occupati nell’isola di Spargi ove mandò, per accudire il bestiame, il figlio maggiore Natale il quale, come vedremo, diverrà poi proprietario di quei terreni in seguito all’Editto delle chiudende.

Delle intemperanze di Dono ci giunge però notizia da alcuni anni della giudicatura mandamentale instaurati nel maggio del 1829. Da tempo la figlia maggiore Laura, sposatasi con il vedevo Santucci Maestrale, frequentava Maria Giuseppina Vilutini, nata Martini, cognata della figliastra (di Laura) Caterina Santucci Maestrale con la quale aveva instaurato un solido rapporto di amicizia. Dono non gradiva che la figlia frequentasse la Vilutini perché oltre ad essere da lui ritenuta una “poco di buono e donna da soldati” era sospettata di aver fatto dei frequenti furti di legna, frutta e derrate agricole nel fondo del Puntiglione.

Nel primo pomeriggio del 14 maggio, di ritorno dall’isola di Spargi, recatosi al Puntiglione, Dono sorprese la figlia Laura che, in compagnia della figliastra e della Vilutini, si riparava dal sole sotto una macchia; la Vilutini aveva raccolto sul fondo alcuni fasci di frasche con l’evidente intenzione di portarli via. Già indispettito per i furti subiti Dono andò su tutte le furie e si scagliò contro la Vilutini ingiuriandola e percuotendola. Costei, ovviamente, corse nell’ufficio del bailo avanti il quale, il 16 maggio, denunciò il Berretta. Interrogato dal bailo Riccio il 19 giugno 1829, alle contestazioni che gli furono fatte, Dono così rispose:
“Non posso negare che nel giorno 14 suddetto mese di maggio dopo il mezzo dì di quella giornata nel mentre che rientrava dall’Isola di Spargi, dovetti passare nel mio chiuso posto in questi territori e precisa regione denominata il Puntiglione ed introdottomi nel medesimo per vedere la situazione del mio possesso, vi trovai all’ombra di una spelonca la mia figlia grande Laura, Maria Giuseppa Vilutini e Caterina Santucci Maestrale cognata di questa, e fattosi carico particolarmente alla Vilutini chi l’avea autorizzata ad introdursi nel mio possesso tanto più che altre volte era stato proibito al di lei carico, mi rispose che non era un possesso che avea riconosciuto dalla Corsica mia Patria e che non l’avessi obbligata a dirmi altre cose che mi sarebbero state disgustose, e finalmente dispiaciuto dalla di lei petulanza, come anche d’avermi tagliato alcuni alberi d’ogliastro e altri legni che vi tengo piantati nel suddivisato mio possesso, mi dovette provocare e vedendo la sua indiscreta maniera la toccai solamente nella mascella dicendogli cosa avea da rimproverarmi, e così fu terminato l’alterco, ripigliandosi tutte tre donne i loro fasci di frasche che avevano bene affasciato senza però averle maltrattate con parole ingiuriose come essa dice né tampoco infertole verun calcio ne’ pugno come dice la medesima contro di me querelatasi”.

Di ben altro piglio era stata la denuncia della Vilutini la quale aveva dichiarato che il Berretta “…non contento di avermi con parole vilipendiato, mi diede un calcio sul petto che mi fece cadere in terra prendendomi per i capelli ed a tutta forza mi dovette in quel posto strascinare, oltre a volermi far perdere il fiato mettendomi le mani sotto la gola”.
Le lesioni riportate dalla Vilutini furono confermate a pieno dal chirurgo Giò Battista Viggiani, (6) il quale, visitata la malcapitata il 16 maggio su incarico del balio riscontrò “una forte contusione al gran muscolo pettorale con non poca effusione di sangue …ed altra piccola contusione sul muscolo sterno-mastoideo del collo”.

Le ragioni dell’acredine di Dono verso la Vilutini sono chiarite dalla deposizione resa al bailo dalla figlia Laura:
“La mattina del giorno quattordici del corrente mese verso sul mezzodì mi trovavo nel chiuso di mio padre Dono Berretta denominato il Puntiglione in unione della mia figliastra Caterina Maestrale unitamente a Maria Giuseppa Vilutini, quest’ultima da me invitata al solo oggetto di farsi un fascio di frasche.

Ritirati per il sole sotto una macchia di mucchio con i nostri fasci di frasche ben legati venne mio padre Dono Berretta ed appena osservò d’essere in mia compagnia la surriferita Vilutini disse che l’avrebbe denunciata per essersi arbitrato ad introdursi nel suo possesso senza previo suo consenso, ed a questo carico che le fece il detto mio padre li fu per parte mia risposto che non avesse da risentirsi contro la medesima stante che l’avevo io stessa condotta, ed avendovi risposto la surriferita Vilutini che con questo fascio di frasche che in compagnia della di lui figlia aveva ivi fatto, non avea inteso d’averli preso Portogalli, né Limoni, ma si trattava di un semplice fascio di frasche, ed allora mio padre indispettito tanto di queste parole, come anche I ‘aver impedito al suo marito di metterli un puntale alle scarpe, si servì dell’occasione dandoci in quel momento una punta di piedi sul petto ed una strascinata di capelli, essendomi io subito prestata a distaccarne il mio padre”.

Chiusa l’istruttoria con l’interrogatorio del Berretta, della Vilutini e dei testi, lo stesso 19 giugno il bailo Riccio emetteva il seguente provvedimento:
“Veduti gli atti e riconosciuta la natura dell’offesa ricevuta per parte della querelante Maria Giuseppa Vilutini dal pastore Dono Berretta la mattina dei 14 precorso maggio, nell’atto che quella trovatasi affasciando un fascio di frasche nel chiuso detto lu Puntiglioni, giurisdizione di quest’Isola, come meglio rilevasi dalle assuntesi informazioni: pertanto il sottoscritto R. Bailo a secondo dell’art. 2089 portato dalla nuova legge ha provveduto e provvede doversi carcerare, come manda carcerarsi il pastore suddetto Berretta per lo spazio di giorni dieci colle spese”.

Passato in giudicato il provvedimento di condanna, il 13 luglio il bailo provvide ad inviarlo per l’esecuzione al comandante della piana maggiore Salvatore Ciusa, ma Dono fece perdere ogni traccia di sé, finchè, poco meno di due mesi dopo, il primo ottobre, in calce al provvedimento di condanna veniva annotato:
“Per mezzo del Soldato del Battaglione Real Navi Onorato Carai venne partecipato a nome dell’Illustrissimo Sig. Cavaliere Comandante d’essersi costituito in queste carceri il retroscritto pastore Dono Berretta, per indi subire la pena a cui fu condannato”.

La pena di dieci giorni di carcere fu interamente scontata e il 10 ottobre successivo il segretario della giudicatura notaio Sini, all’atto della scarcerazione di Dono, redigeva il seguente verbale:
“Si attesta dal sottoscritto Notaio d ‘essersi d’ordine del Sig. Bailo unitamente ai testimoni denominati traferiti personalmente a questo Regio Forte Sant’Andrea ove è stato detenuto il pastore Dono Berretta al quale si è pubblicata l’emanata sentenza proferita dal Sig. Bailo fin dalli 19 giugno scorso corrente anno e dopo d’aver ben compreso il contenuto della medesima si è dal detto R. Forte rilasciato, e posto in libertà, il quale non sottoscrive per essere illetterato, ma bensì il teste Domenico Zicavo di Giovanni, non però Franco Ferracciolo Tramone, illetterato “.

Dopo quest’ultima disavventura, dalla quale emerge una notizia apparentemente insignificante, ma che ebbe poi, come vedremo, effetti decisivi sulla vita del figlio Natale, non sentiremo più parlare di Dono almeno per quanto riguarda le sue intemperanze. Lo ritroveremo nel 1848 nell’elenco degli assegnatari dei terreni comunali, ma non parteciperà poi all’estrazione dei lotti ed anche in questo caso vedremo in seguito perché.

Natale, primogenito di Dono, era nato a La Maddalena il 23 novembre 1797 esattamente dopo nove mesi dal matrimonio dei suoi genitori. Ricerche affrettate, non sufficientemente documentate o limitate all’utilizzo di racconti orali tramandatisi nel tempo e raccolti, si fa per dire, “per la strada”, hanno sempre falsato la figura di Natale. C’è cascata anche Gin Racheli che, forse raccogliendo anche quanto scritto dall’Aventi, lo descrive come un bandito perseguitato dalla giustizia sarda, rifugiatosi a Spargi per sfuggire alla cattura e rimasto poi nell’isola quando ne venne riconosciuta l’innocenza fino a divenirne proprietario. In effetti, sia pur per breve tempo, Natale bandito lo divenne a settant’anni dopo che era già proprietario di buona parte dell’isola di Spargi e vi aveva a lungo abitato.

Il nostro personaggio si era insediato nell’isola fin da ragazzo mandatovi da Dono per accudire il bestiame del padre tenuto al pascolo brado. Unitamente a Dono aveva coltivato alcune zone a grano, recintato i tratti migliori di terreno per adibirli a orto e a vigneto e costruito nella parte alta una casa nella quale abitava ed un ovile a poche decine di metri dalla costa. Si era sposato, appena ventenne, con Rosa Nicolai Strumboni dalla quale ebbe sei figli: Antonio, nato nei primi mesi del 1817; Maria Caterina, nata l’8 dicembre 1818; Giovanni Battista Antonio (noto Battista), nato il 24 aprile 1821; Maria Angela, nata il 3 febbraio 1823; Maria Francesca, nata il 29 dicembre 1829 e, infine, Angelo Maria, del quale non abbiamo successivamente alcuna notizia per cui è probabile che sia morto durante la prima infanzia. Dai registri di battesimo della parrocchia risulta molto stranamente che i primi due figli, Maria Caterina nata nel 1818 e Giovanni Battista Antonio, nato nell’aprile del 1821, furono battezzati nello stesso giorno dal parroco Giovanni Battista Biancareddu il 3 maggio del 1821, quando la prima aveva due anni e mezzo e il secondo era nato da appena una settimana.

I rapporti fra Natale e il padre Dono non dovettero essere felici. Difatti, sebbene il possesso di Spargi fosse stato iniziato da Dono, almeno sin dal primo decennio dell’800, all’atto dell’emanazione dell’Editto delle chiudende, Natale aveva provveduto a recintare con solidi muri i terreni coltivati e quelli destinati a pascolo proclamandosene, a dispetto del padre, unico proprietario. E non dovette essere un lavoro da nulla poiché quei muri a secco, a tutt’oggi rimasti integri e immutati, dovettero richiedere l’impiego di molte persone forse per dei mesi. Ma per capire come Natale sia potuto divenire padrone di quei terreni, anche se il possesso era stato iniziato e consolidato dal padre, ci soccorre l’episodio appena narrato della lite con Maria Giuseppa Vilutini. Ricordiamo che allorquando Dono rinvenne la Vilutini nel suo fondo del Puntiglione e le intimò di allontanarsene, costei gli rispose che quello non era “un possesso che avea riconosciuto dalla Corsica” sua Patria. Negli ordinamenti giuridici francesi di allora, difatti, come ancora oggi in quelli di molte nazioni, era fatto divieto ai cittadini di fare acquisti immobiliari all’estero a qualsiasi titolo senza la preventiva autorizzazione del governo. La Vilutini che evidentemente era a conoscenza di questa norma e ben sapeva che il Berretta non era stato autorizzato a quell’acquisto, alle informazioni ricevute, non mancò di contestare a Dono la legittimità di quel suo possesso che, quasi certamente, si era instaurato per scrittura privata e non per atto pubblico di compravendita. Natale, invece, che era nato a La Maddalena, aveva acquistato la cittadinanza sarda e quando recintò i terreni di Spargi, che di fatto aveva posseduto unitamente al padre, al fine di farsene poi riconoscere proprietario, nulla poté fare Dono per impedirglielo non essendo legittimato ad agro contro il figlio, neppure giudizialmente, in quanto quale cittadino straniero non avrebbe potuto acquistare il diritto di proprietà neppure a titolo originario.

Gravi dunque i dissapori, non solo fra Natale e il padre, ma soprattutto con il fratello Battista e le sorelle, i quali, se il possesso di Spargi si fosse consolidato in testa a Dono avrebbero poi vantato diritti ereditari. Natale, pertanto, rimase isolato dalla famiglia ed altrettanto isolato rimase lo zio Filippo, più affezionato al nipote che al fratello, il quale, rimasto scapolo e giunto in età avanzata non era più in grado di badare a se stesso. Dono aveva abbandonato a se stesso il fratello, mentre Natale lo aveva accolto e portato con sé a Spargi mantenendolo ed accudendolo fino al giorno della sua morte.

Filippo, in riconoscenza delle benevolenze ricevute dal nipote, gli aveva concesso il possesso e il reddito di una sua casa a La Maddalena promettendo che alla sua morte gliela avrebbe lasciata in eredità. La morte, però, sopravvenne prima che lo zio avesse concretato i suoi intendimenti con testamento o atto di vendita per cui alla sua morte Dono, quale unico erede del fratello, non esitò a citare in giudizio il figlio Natale, chiedendo il rilascio dell’immobile e la refusione dei frutti nel frattempo goduti dallo stesso. A Natale, che stavolta non aveva alcun titolo da opporre alle pretese paterne, non restò che proporre altra causa contro il padre chiedendo di essere a sua volta risarcito degli alimenti prestati allo zio per il periodo di sei anni. Furono nominati dei periti che stimarono il valore degli alimenti e dell’assistenza prestata da Natale in 300 vecchie lire sarde equivalenti a 576 lire nuove. Dono eccepì in causa che il fratello, durante il suo soggiorno a Spargi, aveva prestato attività lavorativa in favore di Natale ed a tal fine aveva fatto deporre alcuni testimoni. Ma i testi dedotti a sua volta da Natale, smentirono nettamente e recisamente quelli di Dono affermando che Filippo era “…un uomo di età e ancora cagionevole di salute che ringraziava il cielo di essere stato accolto dall’amorevole nipote”.

Natale l’ebbe vinta; il giudice riconobbe il suo diritto ad essere risarcito e, accogliendo la sua domanda riconvenzionale, scrisse in sentenza che “…il «ragionevole vecchio non era in quell’ovile addetto ad alcun servizio e che in modo alcuno indennizzava il nipote delle cure offerte e del dispendio per alimentarlo e che li tenui lavori di cui parlano i testimoni non denotano altro che il passatempo di un vecchio”.

Dono moriva però poco prima che la sentenza in favore di Natale passasse in giudicato per cui insorsero in appello, quali suoi eredi obbligati agli oneri della sentenza stessa, le figlie Maddalena, Francesca, Antonia e Maria e le nipoti Angela Maria, Battistina e Maddalena Maestrale-Berretta, figlie della premorta Laura. In appello, previa riunione dei procedimenti instaurati davanti la giudicatura di La Maddalena, furono ulteriormente riconosciute la ragioni di Natale il quale fu si condannato al rilascio della casa da lui detenuta, ma previo risarcimento di quanto prestato allo zio Filippo, dedotta ovviamente la quota parte nella quale egli stesso era succeduto a Dono.

Che Natale fosse divenuto proprietario di parte di Spargi in seguito all’Editto delle Chiudende e che potesse pertanto dispone liberamente dei terreni da lui posseduti sull’isola possiamo dedurlo da un ricorso che avanzò il 27 luglio l853 al giudice mandamentale di La Maddalena Andrea Corda, con il quale, volendo dotare la figlia Francesca con terreni siti sull’isola per un valore di tremila lire, chiese che venisse giudizialmente accertato che il valore dei fondi conferiti in dote rientrasse nella quota di legittima e non pregiudicasse i diritti ereditari degli altri suoi figli.

Furono nominati periti gli agricoltori isolani Angelo Olivieri e Silvestro Moriani, i quali, recatisi a Spargi il 28 luglio per effettuare un sopraluogo, il giorno successivo ricomparirono davanti al giudice riferendo:
“La vigna ed orto situata nell’isola di Sparges di proprietà di Natale Berretta ha l’estensione di circa trenta are; la vigna è in buono stato e l’orto contiene dieci alberi di fichi; il valore di questa vigna ed orto si è di mille franchi, Il terreno che circonda la vigna ed orto, e che da Levante progredisce nel luogo detto “terra bucciuloja” si estende fino al pasciale vecchio ossia ovile, a Tramontana fino al luogo detto “Cuccumiau”, a Maestrale fino all’aia di “Cala di Grano” ed a Mezzogiorno fino al luogo detto “Lavandara” tutto questo terreno è dell’estensione di circa tre ettari a seminerio di grano e vale non meno di duemila franchi. Cosicché in complesso il valore della vigna, orto e territorio annesso è di tre mila franchi”.

Per confermare il consolidato possesso di Spargi, la libera disponibilità di quei terreni e la consistenza patrimoniale di Natale, il primo agosto furono sentiti come testi Giovanni e Giovanni Battista Tanca, entrambi ultrasessantenni, i quali, dopo aver dichiarato che
“…i predii situati nell’is0la di Sparges e di pertinenza di Natale Berretta sono affatto liberi e non soggetti ad alcun canone ne’ livello, ipoteca ed altro peso e dal medesimo liberamente posseduti da oltre trent’anni a questa parte”, dichiararono che “…il detto Natale Berretta possiede altri territori nell’isola di Sparges, ed in questa di Maddalena possiede due corpi di case, vacche, pecore, porci e perciò oltre ai suddetti predii ha un patrimonio di undici o dodici mila franchi, per cui non pregiudica punto i dritti degli altri quattro suoi figli costituendo come intende costituire in dote all’altra sua figlia la suddetta vigna, orto e territorio”.

Il giudice autorizzo Natale alla costituzione della dote, ma ciò che in quegli atti assume maggiore importanza è il fatto che, implicitamente, sulla base delle deposizioni rese dai due Tanca, lo riconobbe, pur non essendone intestatario, pieno proprietario a titolo originario dei terreni di Spargi con la facoltà, come abbiamo visto, di disporne liberamente. Fatto si è che già all’atto della divisione delle terre comunali, avvenuta nel 1848, come appare chiaramente nel saggio di Giovanna Sotgiu, la quale ha portato avanti sul punto una certosina e mai tentata ricerca, furono assegnati terreni a La Maddalena, Caprera, Santo Stefano e negli isolotti minori, fu aperto un lungo contenzioso con Giuseppe Bertoleoni che aveva abusivamente recintato terreni comunali a Santa Maria, ma non si parla dei terreni di Spargi occupati dal Berretta. A differenza di quanto avvenne per il Bertoleoni, infatti, nei confronti del Berretta non sorge contestazione, pur essendosi recata nell’isola la commissione preposta alla formazione del piano di divisione delle terre la quale recuperò molti lotti successivamente estratti a sorte fra gli assegnatari, certamente i meno appetibili, che Dono e Natale non avevano a suo tempo occupato e coltivato.

Ma le grandi disavventure per Natale dovevano ancora arrivare. Egli, come abbiamo visto, oltre ai terreni di Spargi aveva delle proprietà a La Maddalena una delle quali era confinante con la tenuta di Padule in cui, negli anni tra il 1853 e il 1855, si era insediato James Philips Webber (7), inglese della contea di Flint, proveniente dall’Australia, il quale, acquistata una vasta estensione di terreno, aveva iniziato la costruzione della sua villa e del grande parco che la circonda. Ne era nata una lite per questioni di confine ed il Webber aveva vinto la causa. Fra i due, ed in particolare fra il Berretta, suo figlio Antonio ed il figlio adottivo del Webber, il napoletano Luigi Russo, non corse mai buon sangue. Numerose furono le denunce per danneggiamenti uccisioni di animali, danni alle colture e minacce sia dall’una che dall’altra parte, ma quasi sempre le cose erano finite nel nulla per mancanza di prove o per prescrizione del reato. (La giustizia era lenta anche allora)

I dissapori fra i Webber ed i Berretta andarono avanti per alcuni anni finché, la notte del 24 settembre 1865, la grande pineta piantata dal Webber da circa 10-12-anni andò quasi totalmente a fuoco.

Ed ecco quanto il Webber, che come vedremo aveva italianizzato il suo nome, esponeva al procuratore del re in Tempio con una denuncia del 27 settembre stesa da persona da lui incaricata:
“Giacomo Filippo Webber residente a La Maddalena con dovuto rispetto espone che nella sera del 24 cadente mese di settembre verso le ore otto, da mano facinorosa, venne appiccato il fuoco ad una selva di pini che l’esponente aveva nel suo tenimento nel luogo detto “La Padula”, preciso sito “Sebete”, vicino alla strada comunale; in numero dette piante trentamila e non minore di lire trentamila il loro valore. Il fuoco si è protratto ed ha devastato tutte quelle piante, e mentre ne dà partecipazione alla giustizia per gli stili opportuni, non lascia ignorare che i suoi sospetti cadano sopra certo Natale Berretta e suo figlio Antonio di Maddalena riservandosi a darne formale querela, a costituirsi parte civile se sarà il caso, ed a dare maggiori schiarimenti se gli sarà possibile ottenerne onde la giustizia possa provvedere in proposito”.

Il 2 ottobre successivo, appena cinque giorni dopo, il Webber, convocato dal giudice mandamentale di La Maddalena, delegato dal giudice istruttore del tribunale di Tempio, confermava la denuncia sporta precisando però che la persona da lui incaricata di stenderla aveva indicato gli alberi bruciati in trentamila e non in cinquecento o seicento quali in effetti erano. In ordine poi ai sospetti esternati nei confronti dei Berretta dichiarava:
“…non abbiamo indizi e tanto meno prove formali ne’ io posso somministrarne in conseguenza, bensì si è animato a sospetti puri e semplici contro gli indiziati Natale e Antonio padre e figlio Berretta, pigliando motivo perché da due o tre anni a questa parte tra gli Berretta e la mia Casa venne sostenuta una lite per pretesa di terreni e la verità fu a favore nostro con la sentenza giudiziale, per cui da allora in poi essi Barretta hanno sempre malumore con tutto la nostra Famiglia sebbene non ho testimoni dei fatti particolari quindi come ho detto non è per ora che un puro e semplice sospetto, che se potrà in avvenire raccogliere dei lumi e prove contro chiunque sia I ‘autore io non mancherò di parteciparne alla giustizia”.

Sulle cause e sull’entità dell’incendio venne disposta una perizia, ma gli esperti, nominati nelle persone del settantenne Pietro Culiolo di La Maddalena e del cinquantesime Fabio Pietri di Porto Vecchio, entrambi dimoranti nell’isola, non riuscirono a stabilire se l’incendio avesse avuto origine dolosa o colposa, né poterono sul momento stimare il danno subito dal Webber in quanto, a loro dire, i pini che accertarono essere stati piantati da almeno 10 o 12 anni “…nel numero di 461 sono abbrustoliti soltanto nella scorza superficiale e nelle cime senza che allo stato presente ci risulti morta o deperita alcuna di esse piante cosicché noi non sapressimo che danno attribuire per cui non si potrebbe ora dare un giudizio e noi da parte nostra ce lo riserviamo alla primavera marzo od aprile, all’epoca della rigettazione”.

I periti accertarono inoltre che circa altri cinquecento o seicento alberi non erano stati toccati dall’incendio e non avevano subito alcun danno e ciò ci consente di stimare l’originaria pineta del Webber in oltre mille piante.
L’11 ottobre 1865, esaurita l’istruttoria, il procuratore del re di Tempio pronunciava la sua requisitoria con la quale, “…atteso ché non risulta consegnato in processo il benché menomo lume o prova intorno all’accertamento dell’autore o gli autori del reato”, chiedeva al giudice istruttore l’archiviazione degli atti; quest’ultimo, senza dal corso ad ulteriori indagini, vi provvedeva il 15 successivo. Tutta la vicenda, quindi, a soli venti giorni dall’evento prendeva la via dell’archivio.

Nel settembre del 1866, dopo una ennesima lite tra i Berretta e Russo Webber, questi presentò al procuratore del re in Tempio, che le trasmise al giudice mandamentale, due denunce, la prima per la demolizione di un muro di confine fra la proprietà del Berretta e quella del Webber nella quale esponeva che “…a diversi intervalli nel 1864, e così continuando nel 1865 arbitrariamente per aprirsi un passaggio ebbe più volte a demolire il muro di cinta per una lunghezza di circa due metri’, e la seconda per minacce di morte preferite anni addietro nei suoi confronti tanto da Natale quanto dal figlio Antonio, alla presenza del pastore Pietro Olivieri e del notaio Gerolamo Sircana

Il giudice mandamentale, avvocato Giuseppe Maria Sargenti, sentiti i testimoni Giovanni Battista Olivieri, Giuseppe Moriani e Giò Girolamo Canonici, che nulla seppero dire sui fatti, archiviò la prima denuncia poiché “…mancando l’esistenza dei fatti imputati, manca la base del procedimento”. Relativamente alla seconda denuncia, in seguito alla quale furono sentiti i testi Pietro Olivieri e il notaio Girolamo Sircana, quest’ultimo depose:
“Nell ‘anno 1862, in un giorno che non saprei precisare, ma pochi giorni dopo in cui venne proferita una sentenza per litigi nana’ la giudicatura di Maddalena tra Natale Berretta da una parte ed io dall’altra per essere garante in causa del Sig. Luigi Russo Weber, trovandomi un giorno seduto in vicinanza del porto verso la parte della quarantena, il Natale Berretta che con una sua barca stava conducendo sé all’isola di Spargis, mentre trovavasi a pochi passi di distanza, rivoltosi a me facendomi un gesto colle mani mi disse: da qui potrei mettere tre palle in petto tanto a lei che al Sig. Luigi Weber e vi farò saltare le cervello in aria. Tali parole il Natale Barretta le diresse tanto a me che al Webber per il motivo della perdita che ebbe ad incontrare in tale litigio. Tali parole come sopra stanno espresse e dirette più espressamente al Sig. Weber che a me ebbe a ripetermele il figlio di esso Natale Berretta di nome Antonio, e ciò avvenne in questa vicinanza del Porto nell’anno successivo nel giorno di Pasqua di Resurrezione a quanto posso ricordarmi. Posso dire che il Padre e figlio Berretta di sovra indicati sono di indole alquanto prepotente, irascibile e provocatoria; non potrei però giudicare se entrambi i Berretta siano capaci a tradurre in atto quanto dicono colle parole”.

Pietro Olivieri, che vedremo poi protagonista nel processo per l’incendio, sentito anche lui in merito alla denuncia per minacce, depose:
“Saranno circa tre anni ed in un giorno che io non saprei precisare che mentre ritornavo dall’orto in casa e percorrevo la strada che dalla ‘Padula’ mette a quest’abitato, quando essendo stato raggiunto da un tal Antonio Berretta del vivo Natale barcaiuolo residente in quest’isola, e preso con questo il discorso a riguardo d’una lite che il suo padre ebbe a sostenere col Sig. Russo Webber Luigi nativo di Napoli e qui residente ed in cui rimase perdente, dopo aver in mille modi vilipeso ed ingiuriato contro il detto Sig. Luigi Russo Webber finì col dire le seguenti parole:

Quel napolitanaccio, alludendo al Sig. Russo Webber, ha da passar per le mie mani ed un giorno o I ’altro finirò col fargli saltar in aria le cervella. In ciò sentire io mi tacqui e così ebbe fine quel colloquio. Non saprei sicuramente affermare se il Berretta sia capace di tradurre in effetto quella sua minaccia, però egli è d’animo vendicativo atto a commettere dei dispetti alle proprietà ed al bestiame di persone con cui possa aver ad incontrare per qualche divergenza”.
L’Olivieri non suppone in quel momento che proprio la sua famiglia doveva ben presto restare vittima, come vedremo, delle ritorsioni del Berretta.
Sebbene le minacce fossero evidenti, il giudice istruttore di Tempio, constatato che i fatti si erano verificati tre anni prima e che era decorso il termine prescrittivo per perseguire i Berretta, dovette archiviare gli atti senza dar conto all’azione penale rilevando che il reato “…è estinto colla prescrizione”.

E’ evidente che il Webber non se ne stette con le mani in mano, continuò a maturare i suoi sospetti nei confronti del Berretta ed esattamente a distanza di un anno da quando era stata archiviata la denuncia per l’incendio, il 27 ottobre 1866, si presentò in pretura per riferire al giudice mandamentale che tali “…Battista e Pietro padre e figlio Olivieri, nella sera del seguito incendio avrebbero visto un uomo che appicciava il fuoco alla selva dei pini e questo avrebbero conosciuto nella persona di Natale Barretta”.
Non appena il pretore informò Tempio dell’ulteriore dichiarazione del Webber gli atti furono riesumati dall’archivio e trasmessi al giudice dell’isola per l’istruttoria. Il Webber, convocato dal pretore, confermò di essere venuto a conoscenza che i due Olivieri avevano visto il Berretta appiccare il fuoco. Chiese pertanto che costoro venissero interrogati al fine di poter procedere nei confronti dell’incendiario “…con tutto il rigore per la di lui punizione e per il risarcimento dei danni”. Onde poter quantificare il danno patito dal Webber fu disposta una nuova perizia, affidata stavolta a Giuseppe Lena il quale accertò che i pini definitivamente deperiti erano circa settecento e che il danno, stimando le piante a quattro lire l`una, era di 2.800 lire. I precedenti periti, poco esperti nel valutare un’essenza totalmente estranea alla flora sarda qual era allora il pino, che raramente sopravvive a un incendio, avevano sottovalutato l’entità del danno e avevano sperato in una “rigettazione” che evidentemente non si era verificata.

Il Berretta, chiamato dal giudice il 29 gennaio per la contestazione del fatto, malgrado avesse appreso che i sospetti nei suoi confronti erano stavolta basati su precise testimonianze, si protestò assolutamente estraneo a quanto gli veniva contestato, dichiarando:
“lo sono quasi sempre alla mia residenza nell’Isola degli Sparagi e ben di rado vengo in quest’isola. Non saprei dire se nella sera del 24 settembre 1865 io mi trovassi in quest’isola oppure in quella di Sparagi però ovunque fossi io non mi sono mosso nella notte di casa giacché non sono uso andare nella notte girovagando e sempreché’ vi siano dei testimoni che possano contestare la mia verità in quest’affare io son pronto a sopportare tutte le conseguenze della legge”.

Il Webber, sentito a sua volta dal giudice mandamentale, nel confermare i suoi sospetti nei riguardi del Berretta, dichiarava di non aver “…altre prove da somministrare per accertare la colpevolezza del medesimo. Onde stabilire però l’odio e il malanimo che ha ognor avuto il detto Berretta contro la mia casa, potranno sentirsi in esame li nominati Giacomo Simone, Antonio Derosa e Pietro Mamberti contadini di quest’isola”.

Il giudice, proseguendo nell’istruttoria, procedette quindi all’escussione dei testi.
Caterina Colla, domestica del Webber, dichiarò di aver notato l’incendio dalla sua camera, di avere immediatamente avvertito il padrone, ma di non avere visto nessuno che appiccava il fuoco, né avrebbero potuto vederlo altre persone addette alla casa in quanto essendo giornata di domenica tutto il personale della villa si trovava fuori.

Giacomo Simone, che in passato aveva lavorato alle dipendenze dell’inglese, riferì che in occasione della costruzione di un muro di confine fra le due proprietà era nata una discussione fra il Berretta e il figlio del Webber e che quest’ultimo era stato dal primo apertamente minacciato. Antonio Derosas, dopo aver detto che “…è cosa notoria in tutto il paese che Natale Berretto è in aperta inimicizia con la famiglia del Sig. Webber a motivo di una lite per un pezzo di terreno posto nella regione Valle Maggiore…”, confermava anche lui di aver sentito il Berretta minacciare apertamente il figlio del Webber”.
Ed infine, anche Pietro Mamberti, terzo teste indicato dall’inglese, depose che:
“…tra il Natale Berretta e la famiglia del Sig. Giacomo Filippo Webber esiste un odio piuttosto forte a motivo di una lite per un pezzo di terreno di cui il Webber rimase vincitore, ma io non so – aggiunse il Mamberti – se quest’odio abbia potuto spingere il Berretto a rendersi autore dell’incendio della selva dei pini, solo dirò che quattro anni circa or sono io lavoravo a fare muro per conto del Berretta, quando passato in quelle vicinanze a cavallo un uomo di servizio del Sig. Webber, il Berretta prese a dire che quell’uomo era mandato a invigilare ciò che lui faceva dal bastardo di quel napolitano alludendo al figlio adottivo del Sig. Webber che è nativo di Napoli e proseguendo a minacciare disse che un giorno o l’altro glie l’avrebbe fatta pagare”.

Il teste chiave dedotto dal Webber, Giò Battista Olivieri, meglio conosciuto con il soprannome di “Bazzò” (8), fu però preciso e dettagliato e riferì al giudice che quella sera, mentre rientrava a casa unitamente al figlio Pietro
“giunti nel tenimento detto La Padula proprio del Sig. Webber e precisamente nel sito ove esiste una selva di pini vidimo un uomo armato di fucile da una mano e con l’altra tenendo in mano una materia incendiaria con cui appicciava il fuoco alle erbe secche esistenti in mezzo a quei pini. A tale vista mi fermai col mio figlio ed avvicinatici pian piano senza fare rumore di sorta sulla tema che anche quell’individuo avrebbe potuto farci del male accorgendosi della nostra presenza, riconobbi in quest’ultimo il Natale Berretta oriundo corso e residente nell’isola degli Sparagi il quale continuava colla materia incendiaria ad appicciare il fuoco or qua or là in quella selva di pini”. Quindi che “Il Berretta è uomo di pessime qualità morali, prepotente e capace di commettere simili e maggiori reati. Lo scopo poi di questo maleficio a danno del Sig. Webber a mio credere proviene per causa di litigi che il Berretta ebbe a sostenere col figlio adottivo di detto Sig. Webber e nei quali questi riportò vittoria e non sapendo come sfogare il suo odio che nutre contro detta famiglia Webber cerca tutti i mezzi per farci del danno”.

P. Olivieri, sentito subito dopo, confermò in pieno la deposizione paterna precisando: “…vidi che in mezzo a quei pini vi era un individuo che al chiarore della luna mandava il fuoco e conobbi per un certo Natale Berretta fu Antonio pastore oriundo corso”. Aggiunse poi che “Il Berretta è ritenuto uomo prepotente, vendicativo e capace di commettere reati di simil genere”.

Sebbene quanto deposto dagli Olivieri fosse coperto dal segreto istruttorio qualcosa dovette trapelare e le ritorsioni nei confronti dei due “Bazzò” non si fecero attendere. Nella notte tra il 19 e il 20 luglio 1866, nel fondo di Vadde Majore due ben precise fucilate abbatterono due vacche degli Olivieri il quale solo il 30 settembre si decise a sporgere denuncia esternando chiari sospetti nei confronti del Berretta.

Si occupò del caso il pretore Giovanni Rebora il quale sentì i numerosi testi indicati dall’Oliveri. Furono escussi il settantaseienne Giò Marco Zonza ed i suoi figli Barbara e Cesare, tenente di marina in ritiro; il pastore corso Michele Valle ed il bonifacino Giò Girolamo Canonici, domestico del Webber. Tutti confermarono di aver inteso dallo stesso Olivieri, e da altre persone, che i sospetti erano concordemente diretti verso il Berretta: “…questi sospetti – disse Cesare Zonza – vennero esternati dalla voce pubblica conoscendosi il Berretta di indole piuttosto cattiva e prepotente e capace di commettere un simile fatto, quando l’Olivieri non avea a che dire con nessuno ed era da tutti benvisto”; non fu tenero neppure Giò Marco Zonza che definì il Berretta “…capace commettere un tale fatto, giacché lo conosco per persona superba, prepotente e di indole cattiva, e capace di commettere questo nonché altri fatti’.

Michele Valle, infine, depose: “Tanto dall’Olivieri che dalla voce pubblica viene accusato autore di questo malificio il Natale Berretta, giacché è ritenuto da tutti come prepotente e d’animo vendicativo”.

Ma al giudice non bastarono i sospetti per rinviare il Berretta al giudizio e, sia pure un anno dopo, il 9 settembre 1867, emise il seguente provvedimento:
“Ritenuto che non risulterebbe chi sia il vero autore del reato di cui trattasi, dichiara non doversi procedere per il reato di cui nei presenti atti e manda il presente processo ad archiviarsi”.

Sebbene la “voce pubblica” avesse indicato il Berretta come “…prepotenze, di indole cattiva e di animo vendicativo”, di diverso parere fu poi il sindaco di La Maddalena Tommaso Volpe, il quale, richiesto dal pretore, come di rito, di rilasciare certificazione sulla moralità del nostro personaggio, per essere allegata al processo per l’incendio di villa Webber, il 30 novembre 1866, sul retro della richiesta, aveva comunicato:
“L’infrascritto Sindaco del Comune dell’isola Maddalena, certifica che il retro nominato Natale Berretta u Dono, pastore residente in questo Comune, e nell’Isola di Spargis, è d’ottima qualità morale, e nulla consta a questo ufficio d’essere mai stato vendicativo ad arrecar danno a veruna proprietà”.

A conclusione della sua inchiesta, il giudice mandamentale, malgrado la concorde deposizione resa degli Olivieri, forse per correggere qualche imprecisione, per verificare eventuali ripensamenti, prima di rimettere gli atti al tribunale ritenne opportuno risentire l’Olivieri padre; lo fece quindi ricomparire a distanza di due mesi e questi, avuta lettura della precedente deposizione, dichiarò di “riconfermarla e ratificarla in ogni sua parte per essere quanto in essa detto la pura verità facendo però osservare che vi occorse uno sbaglio nella dichiarazione del padre che è Dono e non Antonio”. Riferì poi: “Né io né mio figlio fecimo parola con la famiglia Webber di quanto ci era occorso di vedere nella sera del 24 settembre 1865, si è perché abbiamo pochissima conoscenza e minima relazione sia con detta famiglia che con quella del Barretta e poco ‘importava che fosse stato commesso quel reato tanto più che anch’io tengo delle proprietà e non volevo inimicarmi col Berretta. In un giorno però di quest’estate passata mio figlio Pietro, essendosi incontrato col Sig. Giacomo Filippo Webber questi cominciò a parlargli del danno che gli era stato cagionato dall’incendio …e ad eccitarlo a narrargli se la nostra famiglia, siccome solita a passare in quelle adiacenze, non ci fosse mai occorso di vedere qualcuno recargli danno e segnatamente se nella sera dell’incendio fossimo di colà passati ed avessimo visto qualcuno. Allora mio figlio, non potendo celare la verità raccontò al Sig. Webber che I ‘autore dell’incendio era il Barretta avendolo visto sia lui che io quando appicciava il fuoco”.

Il tribunale di Tempio, ricevuti gli atti e ravvisando a carico del Berretta il reato di incendio doloso, allora di competenza della corte d’assise, rimise il già voluminoso fascicolo al procuratore generale in Cagliari il quale, con ordinanza del 30 agosto 1867, incriminò il Berretta e ne dispose la cattura e la traduzione alle carceri di Sassari per essere giudicato da quella sezione di corte d’assise in esecuzione della sentenza di rinvio a giudizio depositata il 17 settembre successivo.

Natale avuto certamente sentore del provvedimento a suo carico, si diede alla macchia. Il reato di incendio doloso era di estrema gravità; la pena prevista, sempreché non ci fossero state delle vittime, era dai sette ai dieci anni di lavori forzati e per il Berretta, ormai settantenne, significava finire in carcere il resto dei suoi giorni. Non sappiamo se Dono sia fuggito in Gallura o nella vicina Corsica ovvero se abbia trascorso a Spargi la sua latitanza, ma è certo che le diverse spedizioni compiute dai carabinieri nell’isola alle scopo di catturarlo rimasero infruttuose. Fu certamente il ricordo di quell’avvenimento che fece nascere la leggenda del Berretta bandito nascosto negli anfratti dell’isola di Spargi raccolta poi dalla Racheli. Sta invece di fatto che, sebbene i testi sentiti in istruttoria abbiano descritto il carattere di Natale in maniera più o meno colorita, agli atti del processo egli risultò immune da ogni precedente penale e a suo carico non emersero episodi criminosi se non quelli relativi alle beghe coi Webber finiti, come abbiamo visto, in un nulla di fatto per archiviazione o per il sopravvenire della prescrizione.

Il 26 settembre 1868, dopo un anno di latitanza, appreso che il processo a suo carico era stato fissato, Natale, con una lunga e cauta marcia di avvicinamento durante la quale dovette certamente godere di connivenze e protezioni, si costituì direttamente a Sassari. Interrogato dal giudice il 3 ottobre successivo nelle carceri di San Sebastiano, dopo aver ricevuto lettura del verbale del suo primo interrogatorio reso avanti il pretore di La Maddalena, dichiarò con estrema tranquillità: “Lo confermo perché è la verità, e questa risulterà più chiara al dibattimento nel quale produrrà tutte quelle difese che influiranno sul fatto”. Il 30 novembre gli fu notificata la sentenza di rinvio a giudizio e il 13 febbraio 1869 comparve nell’aula di assise davanti ai giudici e ai giurati ben munito di difesa e soprattutto ben munito di testi disposti a vanificare le deposizione degli Olivieri.

Al dibattimento vennero escussi tra gli altri Gian Leonardo e Antonio Bargone, Vincenzo Biaggi, Francesco e Nicolò Susini, Giulio Ferracciolo e il medico Giacomo Gambarella; tutti maggiorenti isolani, quasi tutti consiglieri comunali e tutti, salvo qualche indecisione e qualche defezione, decisi a far quadrato in favore del Berretta.
Si trattava tutto sommato di difendere un “isolano” dalle accuse dell’inglese il quale, a differenza del suo conterraneo Roberts, non doveva essere tanto ben visto dalla comunità tanto che, ancora oggi, i maddalenini si sentono estranei alla sua villa e al grande parco che la circonda.

Il Webber, che nel frattempo, vista la piega che aveva preso la cosa, era stato evidentemente risarcito o in altro modo tacitalo dal Berretta, non si costituì parte civile.
A questo punto l’obiettivo sul quale doveva concentrarsi la difesa era quello di destabilizzare l’accusa mossa ancora dai due Olivieri i quali, essendo stati sentiti in istruttoria, secondo le procedure dell’epoca, non vennero escussi al dibattimento. La strategia difensiva come vedremo, precorrerà Pirandello e il suo Berretto a sonagli.

Il teste Antonio Bargone, l’unico che si esternò in una deposizione prudenziale, dopo aver detto di conoscere benissimo i due Olivieri come “…persone di buona moralità, assidue al lavoro di campagna e rispettose delle cose altrui, …degne di fede ed incapaci di poter affermare, massime nanti l’Autorità Giudiziaria, una cosa diversa da quella che loro consta per cui io non avrei difficoltà di deferire ai loro detti”, preciso che ignorava se “…i medesimi siano in buone o cattive relazioni col Natale Berretta o col Signor Filippo Webber. Ho inteso, sono alcuni mesi, che agli Olivieri siano state uccise due vacche, ma niente mi consta sull’autore”.
Di opinione diversa quasi tutti gli altri testi; Francesco Susini, dopo aver tenuto a precisare di ben conoscere i due Olivieri, anche nella sua qualità di consigliere comunale, li definì quali persone “…di non cattiva moralità, però tenute in poco conto perché, massime il padre, considerati come menti stupide, di poco senno e di scemenza nei loro detti e nei loro fatti, avendoli sperimentati nei diversi affari, motivo per cui niente deferisce ai loro detti”.

Nicolò Susini, anch’egli consigliere comunale, definì Olivieri “…persone di buona moralità, assidua al lavoro e rispettosi con tutti”, ma aggiunse che “…però i medesimi sono tenuti per persone piuttosto semplici e di poco senno, motivo per cui poco si deferisce ai loro detti nei quali si dimostrano variabili affermando o negando ciò che prima avevano negato o affermato”.

Ed anche Giulio Ferracciolo confermò che gli Olivieri pur essendo di “…buona moralità, assidui al lavoro ed incapaci di poter offendere alcuno, però non posso negare che siano piuttosto semplici e di poco senno, incostanti e variabili nel loro dire e nel loro fare a modo che io per primo presto poca fede ai loro detti e questo modo di agire in essi mi pare che dipenda da malattia mentale, quale malattia, or sono pochi mesi, si è visibilmente manifestata nel figlio Pietro, per guarirsi della quale è partito in Terraferma”; circostanza, quest’ultima, che Giacomo Gambarella, medico condotto di La Maddalena, pertanto persona qualificata a poter esprimere un parere sulle condizioni psichiche degli Olivieri, minimizzò dichiarando di “…potere in coscienza affermare che i medesimi sono di ottima moralità, dediti al lavoro ed incapaci di potere commettere qualunque azione che possa recare nocumento ad altri: li credo pure veritieri e non capaci di potere, massime nanti l’Autorità giudiziaria, dichiarare una cosa diversa da quanto che loro consta. E’ vero – aggiunse il Gambarella – che il figlio Pietro soffre da due mesi a questa parte l’ipocondria per la cui guarigione, secondo il mio consiglio, è partito or è poco tempo, per il Continente, ignora quale sia la vera causa che gli abbia prodotto tale malattia”.

Tutti affermarono di non essere a conoscenza se gli Olivieri avessero rapporti coni Webber o motivi di astio nei confronti dei Berretta anche se confermarono di aver saputo che gli stessi, in epoca immediatamente successiva alle dichiarazioni rese al giudice di La Maddalena, avevano subito l’uccisione di due vacche.

Di diverso piglio le deposizioni di Vincenzo Biaggi e Gian Leonardo Bargone le cui dichiarazioni nei verbali di dibattimento appaiono in alcuni punti evidenziate con vistose sottolineature in rosso che ci è passo opportuno ripetere nella loro trascrizione. Le frasi marcate h rosso, la cui sottolineatura fu fatta dalla corte, probabilmente durante la riunione in camera di consiglio, furono certamente quelle che poi determinarono l’esito del giudizio.

Il primo teste, anch’egli consigliere comunale, affermò che gli Olivieri “…non si ritengono persone di cattive morali qualità, però sono tenuti, massima il padre, in concetto di persone a di poco conto e di poca fede nei loro detti, quindi dico francamente che io non deferirei a quanto essi mi potessero dichiarare, e ciò non tanto per malefizio quanto per imbecillità che evidentemente ha dimostrato sempre il padre e da cinque o sei mesi anche il figlio, il quale si vuole che sia così divenuto a causa di una sua amorosa. Per quanto ho inteso i detti padre e figlio Olivieri, in buona relazione col Signor Filippo Webber, col quale debbono trattare perché hanno delle proprietà vicine, ed ho inteso che gli stessi padre e figlio Olivieri siano in poca buona armonia col nominatomi Natale Berretta, che ben conosco, a causa di dispute di terreni e di pascolo abusivo nei medesimi ed ho inteso pure, saranno otto o dieci mesi, che ai suddetti Olivieri, siano state uccise due vacche appunto in questi terreni posti in “Cala Francese” senza che però abbia sentito da loro o da altri che questo maleficio sia stata opera del Berretta”.

Analoga la deposizione di Gian Leonardo Bargone, anch’essa marcata dalle sottolineature dei giudici:
“Posso con tutta sicurezza affermare, anche come membro della Giunta Municipale che il padre è un uomo piuttosto stupido a modo che poco conto si deferisce ai suoi detti; il figlio invece lo ritengo un buon giovine, però da quattro cinque mesi a questa parte si è osservata in lui una certa insolita serietà che si rassomiglia molto alla stupidezza del padre. Padre e figlio Olivieri sono sempre stati in buona relazione con il Signor Webber, a di cui conto prestano servizi come giornalieri nel suo tenimento. S0 ancora per parlarsene pubblicamente che gli stessi Olivieri non corrono niente bene col nominatomi Natale Berretta dimorante nell’isola di Sparagi, persone che ben conosco perché essendo stati uccisi ai detti Olivieri due capi vaccini, sarà un anno circa, questi sospettiamo che un tal maleficio sia stato loro causato dal ridetto Natale Barretta”.

La difesa, infine, quasi come una ciliegina sulla torta, a dimostrazione della scarsa moralità dell’Olivieri padre, produsse all’ultimo momento copia di una sentenza con la quale lo stesso, il 16 settembre 1865, era stato condannato dal pretore di La Maddalena a cinquanta lire di ammenda o a quindici giorni di carcere per essersi appropriato di due tavoloni e di una stanga di legno di pino del valore di lire quattro e centesimi venticinque in danno del tagliapietre Giò Battista Serra di Tempio in località “Li Cannoni’. In quel processo, quale consigliere comunale delegato dal sindaco, aveva esercitato le funzioni di pubblico ministero Vincenzo Biaggi, il quale, come abbiamo visto, nel deporre davanti la corte d’assise aveva taciuto tale circostanza.

Nel pomeriggio del 13 febbraio 1869, dopo cinque ore di camera di consiglio, i giurati emisero un verdetto di non colpevolezza ed il presidente Pinna Pabis diede lettura della sentenza che riconosceva l’imputato innocente e ne ordinava l’immediata scarcerazione.
Il nostro personaggio, dopo oltre un anno di latitanza e quattro mesi e merlo di carcere, poteva far ritorno nella sua Spargi, l’inviso Webber e il suo più ancor più inviso figlio Luigi Russo, sebbene certamente risarciti, rimanevano moralmente scornati agli occhi dell’opinione pubblica isolana e i due “Bazzò” uscivano da quella vicenda definitivamente tacciati di follia e di imbecillità.

Una conclusione proprio alla Pirandello. La moglie tradita aveva fatto sorprendere il marito con l’amante; lo scandalo era ormai inevitabile e al marito della donna infedele, che doveva ubbidire alle leggi del onore, si imponeva l’obbligo di lavare l’onta uccidendo l’amante della moglie, ma egli trova una soluzione: far ricoverare in manicomio la donna che aveva osato denunciare la tresca così tutto ciò che lei aveva detto e fatto sarebbe stato destituito di fondamento. Il marito traditore avrebbe avuto salva la vita e il marito tradito avrebbe salvato la libertà e l’onore. Il tema della nostra vicenda è lo stesso, solo che potrebbe essere intitolato non “Il berretto…”, ma “II Berretta …a somigli”.
Natale farà immediato rientro a Spargi e quando il conte Aventi, durante il suo viaggio di studi sull’agricoltura in Sardegna, si recherà a trovarlo, pochi mesi dopo la conclusione della vicenda giudiziaria, per visitare la sua azienda, troverà il vecchio patriarca isolano tornato a vivere felice nella sua bucolica dimora con le sue 200 pecore, 100 capre, 40 vacche, maiali, orti, vigneti e seminativi.

Ma anche nell’isolamento di Spargi Natale ebbe modo di tar parlate ancora di sé. Sull’isola, difatti, in due lotti di terreno che egli aveva donato al figlio Battista, dopo la morte di questi, si era installato il nipote Natale, il quale, sebbene portasse lo stesso nome del nonno non fu mai rispettoso verso il suo avo. Il giovane Natale, oltre ai due lotti pervenutigli per eredità paterna, ne conduceva altri quattro in affitto e sull’intero fondo teneva numerose capre allo stato brado. Questi, che non si stabili mai a Spargi, si recava nell’isola solo periodicamente per accudire il bestiame che, in sua assenza, vagava incontrollato. E’ ovvio che le numerosissime capre tenute libere sui terreni confinanti con quelli di Natale non potevano non essere fonte di dissapori e così, il 25 novembre 1875, l`omonimo nipote, allora ventiquattrenne, denunciava:
“…all’isolotto di Spargi, territorio di questo Comune possiedo due lotti di mia proprietà ed altri quattro di proprietà altrui che io tengo in affitto, e nei medesimi vi pascolavano e vi pascolano una sessantina di capre di mia proprietà e parimenti vi pascolava pure un mio maiale. Io era da quindici giorni circa che non ero andato a Spargi, ma essendovi andato ieri ho trovato una capra morsicata dai cani ed altre tre a mio credere me ne mancano che suppongo parimenti di essere state morsicate dai cani e facilmente deperite per non averle tuttora potute trovare. Ho trovato inoltre l’unico maiale di cui ho parlato ferito da una spalla all’altra con due palle, e ritengo che per effetto della ferita debba perire. Son venuto in cognizione che il mio avolo Natale Berretta, pastore residente a Spargi, sia l’autore della ferita riportata dal maiale a seguito d’uno sparo fattogli contro e che i morsi dei cani alle capre siano pure opera di lui per averle aizzato contro i cani medesimi come potrebbe essere giustificato colla deposizione dei testimoni Pietro Felice e Luigi Righi pastori e del muratore Tagliano il cui nome ignora, residenti i primi due in Spargi e l’ultimo in La Maddalena”.

Il successivo 6 dicembre, Natale integrava la sua denuncia dichiarando al giudice Dussoni:
“Nell’essermi recato a Spargi il due corrente ho trovato le tre capre di cui in detta querela, morte, e mangiate dai cani, in un lotto vicino a quelli che io vi possiedo”.
Il giovane Natale, ovviamente, omise di dire che il lotto su cui le capre erano state ritrovate era quello del nonno sul quale le stesse avevano scollinato.

Il giudice, ricevuta la denuncia, inviò a Spargi in qualità di perito il pastore Antonio Zonza per accertare e valutare il danno. Questi, recatosi nell’isola, riferì:
“…ho trovato una capra ferita al collo ed alla schiena che rilevai essere stata ferita per opera di cani che la morsicarono. Le ferite riportate le rinvenni tutte marcie e giudico che per opera di esse ferite debba essa capra morire essendosi così cagionato al proprietario un danno di lire dieci che è appunto il valore della capra. Non ho visto altre capre ne’ morte ne’ ferite, però ove sia vero che altre tre capre siano morte in quella località per essere state ferite con morsi di cane della qualità di capre che vi pascolò il Berretta giudico che ciascuna di esse avesse il valore di lire dieci come ho detto. Ho visitato anche un maiale in questo stesso comune e nella contrada del molo e l’ho rinvenuto ferito da una spalla all’altra da arma da fuoco e ho giudicato che per opera di quella ferita dovesse morire per cui il proprietario lo ha dovuto uccidere. Il danno del valore di esso maiale mentre è morto, è quello che potea avere in vita, io lo giudico in lire dieci. E cosi in totale il danno sarebbe di lire cinquanta”.

Elevata l’imputazione, il giudice inviò a giudizio il Berretta citandolo a comparire per l’udienza del 2 agosto 1876. Al dibattimento, nel corso del quale fu difeso dall’avvocato Raimondo Altea, il Berretta ammise di avere sparato al maiale del nipote perché gli arrecava dei danni, mentre per quanto riguardava l’uccisione delle capre ad opera dei cani non fu possibile provare se ad azzannare le stesse siano stati i cani del vecchio Natale o gli stessi cani del giovane nipote. La circostanza, comunque non poté essere accertata attraverso la deposizione dei testi Pietro Felice e Luigi Righi, pastori di Spargi, i quali furono molto vaghi. Era stato indicato come teste anche il muratore corso Tagliano, che in quei giorni eseguiva dei lavori per conto del vecchio Berretta, ma costui aveva fatto rientro in Corsica. La difesa fu abile nel sostenere che un buon pastore non avrebbe mai aizzato i cani contro le capre perché così facendo essi diverrebbero avvezzi ad assalire gli animali domestici e lo stesso padrone, prima o poi, resterebbe vittima della loro violenza. Il pretore Dussoni, al termine del processo condannò Natale, limitatamente all’uccisione del maiale, “…all’ammenda di lire quindici nella sussidiaria degli arresti, nei danni e nelle spese”. Una pena molto lieve motivata dal fatto che “…in favore di esso imputato concorrono circostanze attenuanti sia per l’ingenua confessione fatta dal medesimo, sia perché esso maiale invadeva i terreni posseduti dal prevenuto al punto di vagare e cagionare qualche danno al terreno almeno di sterramento nel piazzale e nei dintorni della casa d’abitazione, sia ancora per la bene inoltrata età dei prevenuto stesso che potea renderlo eccitabile e quindi fargli commettere I’ azione come egli stesso lo confessava, in un momento d’ira verso la proprietà del nipote, col quale non era e non è in buone relazioni”.

Ma se il vecchio Natale aveva di che dolersi del poco rispetto che gli aveva portato il nipote trascinandolo in pretura e facendolo condannare, molto di più aveva di che dolersi proprio in quei giorni del suo primogenito, il quale, raggiunta l’età di 49 anni e rimasto scapolo, non aveva ancora messo testa a partito. Antonio Berretta, che in giovane età aveva aiutato il padre nei lavori di campagna e nell’allevamento del bestiame, si era ben presto stancato dell’isolamento di Spargi e aveva intrapreso a La Maddalena l’attività di barcaiolo con scarso successo, ma anche con scarsa volontà, per cui, pur avendo fatto ritorno a Spargi, per anni aveva vissuto alle spalle del padre. Dopo la morte della madre e del fratello Battista si era impossessato dei beni dell’eredità materna, godendo a pieno dei frutti di quella proprietà e opponendosi alla divisione ereditaria sollecitata dalle sorelle e dai cognati nei confronti dei quali, ogni qualvolta veniva toccato l’argomento della spartizione dei beni, assumeva un atteggiamento ostile e talvolta apertamente minaccioso. I coeredi, seriamente preoccupati del comportamento di Antonio, ne avevano ben ragione. Alcuni anni prima infatti, nel 1871, questi, senza esserne pieno proprietario, aveva stipulato una scrittura privata con la quale aveva venduto al tempiese Antonio Usai, per il prezzo di sessanta lire, un tratto di terreno in località “cimitero”, facente parte dell’eredità materna. Poiché però non aveva successivamente provveduto alla stipula dell’atto pubblico l’Usai lo aveva convenuto in giudizio chiedendo la sua condanna all’adempimento o alla restituzione delle sessanta lire. Antonio non si costituì in giudizio né comparve personalmente per cui il pretore, con sentenza del 3 febbraio 1872, lo aveva condannato ad adempiere nel termine di quindici giorni o a restituire all’Usai, entro lo stesso termine, la somma ricevuta. In calce alla sentenza non risulta alcuna annotazione relativa alla notifica o all’esecuzione è evidente che Antonio dovette correre ai ripari, non certo adempiendo alla stipula dell’atto pubblico, ma restituendo all’Usai la somma ricevuta. Non è difficile intuire che a sanare le malefatte del figlio debba essere intervenuto Natale.

L’ 8 settembre 1876, il cognato Francesco Valser, bonifacino, marito della sorella Maria Angela, denunciava al maresciallo Raffaele Peluffo:
“Il mio cognato Berretta Antonio, d’anni 49, nato a La Maddalena e dimorante nell’isola di Spargi (Maddalena) questa mane fu visto dai miei figli Natale, d’anni 14, e Battista, d’anni 11, aggirarsi in vicinanza di questo paese armato di fucile a due canne e che appena scoperto dai predetti ragazzi prese la campagna internandosi nel luogo detto” Spinicciu” territorio del Signor Webber Giacomo”.

Il maresciallo Peluflo, nel riferire al pretore sulla denuncia sporta dal Valser, non fu certamente tenero con Antonio e aggiunse che:
“…stante ad alcune riferite fattegli dai nominati Luccioni Giò Batttista, Silva Celestino e Casanova Giò Battista, ed alla voce pubblica, il Berretta Antonio avrebbe minacciato della vita il detto Valser per questioni d’interessi. Che il detto Berretta Antonio vorrebbe vivere sull’intera proprietà della famiglia senza darsi a stabile lavoro e che da lunga data nutre odio verso il detto Valser e famiglia. Che infine essendosi stabilito in famiglia di fare la divisione dei pochi beni lasciati dalla loro comune genitrice, il Berretta si oppone formalmente e che ne ritiene come promotore il riportato Valser, e vorrebbe che le cose si lasciassero nello stato quo, cioè: che egli possa usufruire di tutto, come sta facendo presentemente, dando così dei gravi dispiaceri al suo vecchio genitore e famiglia, volendo vivere alle spalle altrui essendo un fazioso, vagabondo e privo di mezzi di sussistenza”.

Ricevuta la denuncia il pretore Dussoni iscrisse il rapporto con l’imputazione di minacce e di oziosità e vagabondaggio, circostanza quest’ultima che, a quell’epoca, pur non essendo considerata reato, veniva segnalata per l’applicazione di sanzioni correttive. Convocato però il denunciante, il 15 settembre, questi, non volendo evidentemente inveire contro il cognato e non arrecare ulteriori dispiaceri al vecchio suocero, fu oltremodo conciliante. Ed ecco quanto scrisse il pretore in ordine alla deposizione del Valser:
“E” comparso previo avviso Varsi Francesco, fu Simone, d’anni quarantacinque, nativo di Bonifacio (Corsica), qui domiciliato, marinara, il quale ad analoga interpellanza ha risposto: Confermo la querela da me sporta nelli otto corrente al Maresciallo dei Carabinieri di questa Stazione; però io feci quella querela nel solo senso che l’autorità possa perlomeno chiamare a se’ il detto Antonio Berretta onde indurlo a che smetta l’odio ed il livore che manifesta in odio mio, non intendendo però procedere il via penale contro il medesimo per le minacce e vie di fatto contro di me”.

Stante la desistenza del querelante, il pretore, il giorno stesso, annotò in calce alla deposizione:
” Viste le precedenti risposte datesi alla interpellanza si ordina l’archiviamento dei presenti atti per difetto di querela e quindi di reato”.
Antonio la fece franca; ma siamo certi che, tanto il maresciallo Peluffo, quanto il pretore Dussoni, aderendo alle aspettative del Valser, non mancarono di intervenire nei suoi confronti con energici quaresimali per calmare le sue intemperanze e riportarlo sulla retta via.

Non furono dunque molto felici gli ultimi anni di vita del nostro Natale: citato in giudizio a suo tempo dal padre e poi dalle sorelle, trascinato in pretura dal nipote, doveva ancora fare i conti con un figlio scapestrato.

Colui che l’Aventi aveva definito il “Sovrano di Spargi” si spense nella sua isola, ormai ultraottantenne, nella primavera del 1878, dopo un’intera vita trascorsa nella solitudine di quel meraviglioso angolo di mondo Chissà forse anche lui, come qualche anno dopo il Grande abitatore della vicina isola di Caprera, avrebbe voluto che gli si allestisse un’immensa pira di ginepro, mirto e lentischio per morire come un vero re omerico. Avremmo voluto concludere queste note con la descrizione di quel rogo, ma Natale fu invece sepolto a La Maddalena in quel vecchio cimitero la cui scomparsa ha cancellato la memoria storica della città.

Antonio Ciotta

Note:

1) A quell’epoca Napoleone, il quale, come luogotenente d’artiglieria fece, parte del corpo di spedizione che nel febbraio del 1793 tentò l’occupazione dell’arcipelago, si chiamava e si firmava “Buonaparte”; la “u” la perse poi strada facendo. E di strada ne fece tanta.

2) Dono, diminutivo di Donato, appare frequentemente usato come nome proprio di persona, e non come diminutivo, in molti villaggi della Corsica. Si è avuto modo di riscontrare in alcuni documenti dei primi dell’80O ben tre “Dona” di diverso cognome, vissuti a Santa Teresa, tutti e tre originari del villaggio corso di Livia, lo stesso da cui proveniva Dono Barretta.

3) La squadra inglese di Nelson fece base a La Maddalena a più riprese dal 31 ottobre 1803 al 19 gennaio del 1805, ma ancor prima del suo arrivo e dopo la sua definitiva partenza, il porto di La Maddalena fu intensamente frequentato da navi britanniche e soprattutto da navi corsare al servizio dell’Inghilterra. Furono gli anni in cui il contrabbando venne tollerato e talvolta favorito e voluto, sia a favore degli inglesi che dei corsi i quali, a loro volta, erano protetti dalle autorità locali stante la particolare carenza nell’isola di carni, grano e generi alimentari. Sul filo di questi contrabbandi correva una sotterranea attività spionistica intessuta dalle due potenze belligeranti. La fonte dei contrabbandi, per quanto riguardava il bestiame, i formaggi, il lardo e le carni ovine, era costituita dalla Gallura, mentre quasi tutti gli altri generi provenivano dalle navi corsare dalle quali, nottetempo, le mercanzie venivano clandestinamente sbarcate o trasbordate su altre imbarcazioni sia per evadere il fisco, sia per eludere i lunghi tempi necessari al superamento delle salvaguardie sanitarie.

4) Il bastimento di Dono era una “Gondola”, imbarcazione a vela molto veloce e di scarso pescaggio, che veniva frequentemente usata nelle acque delle Bocche sia come nave da cabotaggio mercantile che come nave militare impiegata nel pattugliamento dei litorali e nei collegamenti con le torri costiere. La “Gondola” si era rivelata insostituibile in questo tratto di mare per la sua maneggevolezza e per la capacità di districarsi nei bassi fondali dell’arcipelago costellati di pericolose secche.

5) Paolo Martinetti, bonifacino, si era trasferito a La Maddalena da qualche anno per curare gli interessi commerciali in Sardegna del fratello Giulio Ambrogio, che “aveva nella città di Bonifacio bottega aperta negoziante com’era di ogni genere di mercanzie”. Per questa sua attività era stato nominato agente commerciale della repubblica francese, con funzioni di viceconsole. Fu successivamente espulso unitamente al figlio Filippo perché sospetto di spionaggio. Al suo posto venne a La Maddalena il figlio di Giulio Ambrogio, anche lui Filippo, il quale assunse poi la cittadinanza sarda e dopo essere stato più volte consigliere comunale divenne sindaco di La Maddalena nel 1848. Filippo Martinetti, come abbiamo visto dovette poi riparare in Corsica ove fu accolto dal governo francese come rifugiato politico. Era stato quasi certamente lui che aveva istigato Domenico Landi a frugare fra le cose del Brugnier non per commettere un banale furto, ma per impossessarsi di carte e documenti e attuare cosi un vero e proprio raid spionistico. Filippo Martinetti, come abbiamo visto dovette poi riparare in Corsica ove fu accolto dal governo francese come rifugiato politico. Era stato quasi certamente lui che aveva istigato Domenico Landi a frugare fra le cose del Brugnier non per commettere un banale furto, ma per impossessarsi di carte e documenti e attuare cosi un vero e proprio raid spionistico.

6) Giò Battista Viggiani, medico-chirurgo, fu il primo maddalenino a conseguire una laurea. Aveva studiato all’Università di Pisa.

7) James Phillips Webber era nato a Wales, contea di Flint, ed era stato battezzato il 17 luglio 1797 nella chiesa di Overton. Figlio primogenito di Edward Webber e di Charlotte Margareth Phillips, ebbe due fratelli John Phillips Webber ed Edward (Montgomery) Affleclc Webber. Nel 1821 emigrò in Australia ove, dopo un breve periodo di lavoro a Newcastle, si stabilì a Tocal acquistando nel 1822 una tenuta di 2000 acri alla quale fecero seguito nel 1825, 1831 e 1833, altre tre tenute di 1280, 2560 e 2380 acri. Era arrivato a Tocal nel 1822 con quattro dipendenti e sei tonnellate di bagagli e nel 1928 aveva 40 dipendenti 222 capi bovini e 1674 pecore. Divenuto ricchissimo fu colto dalla nostalgia per la vecchia Europa, nel 1835 lasciò l’Australia e nel 1836, in viaggio per il Mediterraneo fece sosta a La Maddalena per riparare da un fortunale. Affascinato dalla bellezza dell’Arcipelago, gettò definitivamente le ancore del suo Yacht. Va rilevato con rammarico che mentre la casa di Webber in Australia, sede di una fondazione, è dichiarata monumento nazionale e conservata come museo essendo uno dei primi esempi della colonizzazione agricola europea di quelle terre, la villa di La Maddalena che nel 1943 ebbe la ventura di ospitare come prigioniero Benito Mussolini, è stata totalmente depredata di tutto ciò che conteneva e versa in completa rovina. Scrive a proposito la Racheli: “…la bella casa cominciò a subire, oltre all’ingiuria degli elementi, quella sistematica degli uomini: scomparvero dapprima i pochi mobili rimasti, poi le porte, le finestre gli stipiti, i marmi dei caminetti, gli impianti igienici, le inferriate; tutto, tutto fu sottratto con un lavoro da roditori che durò anni. Percorrere quello sfacelo è l’unica esperienza angosciante che io ho vissuto nell’Arcipelago maddalenino”. Il Webber, che non si era mai sposato, deciso ad avere un successore del suo patrimonio venne nelle determinazione di adottare Luigi Alfonso Russo, giovane da lui conosciuto durante un suo precedente soggiorno a Napoli, il quale in aggiunta al suo cognome assunse anche quello di Webber. Questi, giunto in Sardegna da suddito del Regno di Napoli, chiese ed ottenne la cittadinanza sarda che fu concessa con RD. 14 gennaio 1855. Giurò fedeltà al re di Sardegna avanti il giudice mandamentale di La Maddalena Antonio Gambarella, delegato dal Ministro della Giustizia, il 28 maggio 1855.

8) Il soprannome “Bazzò”, attribuito agli Olivieri, sopravvive ancora ai nostri giorni. Deriva molto probabilmente da uno di quei nomi di guerra che i marinai assumevano all’atto dell’arruolamento e che erano necessari poiché, date le frequenti omonimie, spesso si ritrovavano a far parte dello stesso equipaggio più marinai con lo stesso cognome e talvolta con lo stesso nome, con conseguente inevitabile contusione quando dovevano essere impartiti precisi ordini che, specie ai tempi della marina velica, venivano concitatamente diretti per l’immediata esecuzione a componenti l’equipaggio addetti alla manovra delle vele, sartie, argani e paranchi. Quasi sempre il nome di guerra del capostipite, indicato col termine vernacolare di “Strau”, veniva ereditato dai discendenti e usato all’atto dell’arruolamento. Nelle matricole della Marina Sarda, ad esempio troviamo due Annibale (Omano), due Ardito (Zicavo), due Civitale (Cogliolo), due La Fleur (Zicavo), due Zazzera (Zicavo), tre Zebù (Zicavo), e tanti altri. Alcuni di quei nomi di guerra sono entrati a far parte delle toponomastica cittadina: via Cloro, via Cissia, via Zebù.

Vedi anche: 24 settembre 1865, l’incendio di villa Webber e la favola del bandito Berretta