La demolizione del Cimitero Vecchio

“Nel 1945 – avendo il Cav. Domenico Tanca, facente allora le veci di Sindaco in qualità di presidente del C.L.N., in un quotidiano di Sassari, lanciato l’idea della demolizione del Cimitero vecchio, sito nella parte alta della città, per consacrarvi lo spazio risultante ad una piazza che egli avrebbe voluto chiamare “13 settembre 1943” a ricordare la cacciata dei tedeschi dall’Isola ad opera dei militari di fanteria e di marina e dei pochi civili allora dimoranti quali operai in questo Cantiere – inoltrai domanda e a voce e in scritto perché detta area venisse ceduta alla Chiesa”.

Cosi scrive don Salvatore Capula in un quaderno conservato negli Archivi parrocchiali. Domenico Tanca, commerciante ed iscritto dal 1918 alla loggia massonica “Giuseppe Garibaldi”, era stato presidente del Comitato di Liberazione Nazionale di La Maddalena e, in quanto tale, dal momento della caduta del Fascismo sino alle prime elezioni comunali del 10 aprile 1946, sindaco della città. Don Capula, alle proprie richieste, adduceva le seguenti ragioni: “I cimiteri vecchi, come presunzione giuridica appartengono alle Chiese. E’ vero che antecedente al Cimitero di cui trattiamo, gli scavi per culture – in regione Cala Chiesa – e la tradizione ancora ben conservata in mezzo al popolo maddalenino, davano l’esistenza di un altro Cimitero in detta regione, tuttavia la popolazione non veniva meno, considerato la data detta prima tomba trovata, che risale al 1842, tempo in cui avvenne la divisione dei terreni dell’Isola, accertato da documenti del tempo, anzi rafforzata (la presunzione) dalla vicinanza contigua di un tratto di terreno – dove oggi sorge il cinema Splendor – e che è riconosciuto di proprietà della Chiesa”.

Altra considerazione addotta da don Capula riguardava il fatto che “nessun Ente – qualora il terreno fosse di proprietà del Comune – sarebbe, dopo la demolizione, meglio succeduto nel possesso della Chiesa che, in qualche maniera, ne avrebbe continuato il carattere sacro …..”. Don Capula, a rafforzare la richiesta della cessione alla Chiesa, aggiungeva inoltre che “vivendo in mezzo al popolo – non sempre sufficientemente illuminato nella fede – una corrente di superstizione, con facilità si sarebbe prodotto un certo disagio – chi posteri avrebbero senza dubbio superato – ma che i contemporanei, a conoscenza di tutto, sarebbero stati invece soggetti (se l’area avesse avuto destinazione diversa dalla Chiesa ndr) a credenze, allucinazioni, racconti e cose del genere”.

La prima richiesta ufficiale scritta da don Capula la formulò con lettera datata 27 agosto 1946. Da pochi mesi si erano svolte le elezioni comunali, le prime del dopo guerra, vinte dalla Democrazia Cristiana, e era stato eletto sindaco Elindo Balata. “Balata – scrive sempre don Capula – aveva caldeggiato il progetto della costruzione di case popolari dopo la promessa di 16.000.000 per detta iniziativa. Ma i milioni sfumarono e così pure le case popolari”.

Agli inizi del 1947 Balata si dimise e il Consiglio Comunale, sempre a maggioranza democristiana, elesse sindaco l’ex maresciallo dei carabinieri Giuseppino Merella. “Egli guardò sin dall’inizio le nostre proposte con simpatia e non si smentì”, scrive ancora don Capula nel memoriale. “Essendosi nel gennaio del 1948 intensificato il disagio della disoccupazione sicché quasi 400 operai mancavano di lavoro, egli si preoccupò di presentare all’approvazione dell’autorità superiore progetti per lastricare strade, per ampliare ed allargare il Cimitero nuovo situato in regione Trinità e demolire il vecchio. Il parroco rinnovò ancora una volta la richiesta per il terreno del Cimitero vecchio. Questa volta l’accoglienza fu calorosa e sincera. Si preparò la coscienza dei consiglieri comunali della maggioranza per la cessione: la giunta era già concorde”.

Alla fine di gennaio 1948 venne costituita la “Commissione Cimitero” coll’incarico di seguire i lavori della demolizione a redigerne i verbali, Commissione che si riunì per la prima volta nel gabinetto del sindaco Merella il 2 febbraio- Ne facevamo parte il quarantenne parroco don Capula, il settantenne prof. Martino Branca, di area laica, il cinquantenne Giovanni Battista Ferracciolo, cattolico, il settantacinquenne commendator Luigi Piras,  ex archivista della Regia Marina, Pietro Sabatini, archivista del Comune in pensione. Manifestarono la loro contrarietà alla demolizione del Cimitero – Io afferma don Capula nel memoriale – Martino Branca e Luigi Piras. La demolizione ebbe tuttavia inizio il 6 febbraio 1948, ad opera della ditta Vasino-Mordini, con i fondi messi a disposizione dal Genio Civile.

Pochi giorni dopo, in data 13 febbraio, il Consiglio Comunale di La Maddalena deliberò la cessione dell’area del Cimitero Vecchio alla parrocchia di Santa Maria Maddalena “a titolo gratuito, mediante atto di liberalità, con destinazione e fini spirituali, morali, educativi e comunque collettivi”. I membri della Commissione     fecero il primo sopralluogo al demolendo Cimitero il 2 febbraio e, a parte gli appunti di don Capula e dell’impiegato comunale Pocobelli il quale “prendeva i nomi delle tombe mano mano che venivano aperte”, non risulta siano stati redatti altri verbali- Venne stabilito di raccogliere le ossa ritrovate ed anonime, nella cappelletta e poi trasportarle “nel Cimitero nuovo ove sarebbe stata celebrata una funzione di suffragio”.

Per quanto riguardava le tombe si provvide ad avvertire le famiglie “se desideravano essere presenti e provvedere al ricollocamento dei resti nel Cimitero nuovo, in cui avrebbero avuto – per concessione – un posto delle medesime dimensioni delle lapidi e dei resti”. Tra le tombe presenti nel Cimitero c’era anche quella di Domenico Millelire e subito sorse la questione sulla presenza della salma. Dopo alcune titubanze da parte del prof. Branca e di Luigi Piras, lontano parente dello stesso da parte della moglie, “si fu quasi unanimi – scrive don Capula – nell’escludere la presenza di detta salma”. Nel nuovo incontro, il giorno dopo, Luigi Piras sostenne ancora “la tesi della presenza delle reliquie del Com. Domenico Millelire. Gli si oppose che essendo il D. Millelire deceduto nell’agosto del 1827 non potesse essere seppellito che nel Cimitero di Cala Chiesa di cui parlavamo poc’anzi. E se la stessa salma fosse stata trasportata nel demolendo Cimitero Vecchio vi avrebbero apposto una qualche lapide con una qualunque scritta. L’importanza del trasporto della salma si sarebbe reso inutile qualora ai posteri non fosse stato ricordato con un – sia pure – modesto segno. Ora questo segno non esiste. All’osservazione che nella sua famiglia si era conservata tale tradizione che sosteneva che la salma fosse stata trasportata dai discendenti in un cimitero della Liguria ignoto a noi finora, probabilmente a Genova”.

A chiarimento di quanto annotato da don Capula, e per le testimonianze indirette raccolte, al momento   dell’apertura della tomba Millelire non sarebbe stata possibile alcuna identificazione in quanto i resti, per le tecniche di seppellimento usate (come già esposto in precedenza), risultavano mischiati.

Parzialmente tratto da “Il Cimitero Vecchio” di Claudio Ronchi